05/09/15 Aggiornato il:

William Shakespeare ~ I Sonetti, 1609



In original english ➦ William Shakespeare | Sonnets, 1609

Richard (Riccardo) Aurili (1834-1914)
I
Belle creature, a voi chiediamo figli
perché in quel fiore la bellezza duri:
quando saran gualciti i vostri gigli,
ne fioriranno ancora eredi puri.
Tu no, non curi. Al tuo sguardo di brace
nutri la fiamma di propria sostanza,
oscuri ogni chiarezza, togli pace,
fai carestia là dov’era abbondanza.
La tua bellezza fulgida, l'orgoglio
che primavera annuncia, e porta gaia,
fiorisce e muore in un solo germoglio,
paga il suo dolce pegno a te, usuraia.
Sii generosa al mondo, o ridi forte:
bevi alla stessa coppa vita e morte.

Richard (Riccardo) Aurili (1834-1914)
II
Quaranta inverni al tuo bell’incarnato
in guerra di trincea daranno assedio;
sarà il tuo manto, fiero ed invidiato,
lacera veste senza più rimedio.
Ti chiederanno dov’è lo splendore,
dove il tesoro dei giorni migliori:
togli lo sguardo, spento d’ogni ardore,
non far che la vergogna ti divori.
Sii prodiga di te, rendi la pura
bellezza del sembiante ad un erede:
sarà il tuo pegno, pagherà l’usura.
Questa salvezza un figlio ti concede.
Rinasci in lui, sconfiggi il tuo declino:
scalda il tuo sangue al sangue d’un bambino.

III
Guarda lo specchio: al volto ch’è riflesso
di’ che a un secondo volto doni il vanto.
Se la tua grazia non rinnovi adesso,
dài frode al mondo, ad una madre il pianto.
Donna non è sì bella che il suo seno
fiero disdegni il seme dell’amato,
né uomo che l’orgoglio senza freno
d’amor di sé, d’un figlio abbia privato.
Specchio a tua madre, tu di sua bellezza
il vago aprile nel tuo viso porta.
Sia dolce, ai vetri spessi di vecchiezza,
l’età dell’oro, fra le rughe scorta.
Ma se vivrai senza lasciar memoria,
morirà solitaria la tua gloria.

IV
Bellezza hai liberale, poiché spende
tutta per sé l’eredità gentile.
Retaggio di natura dà e riprende,
pròdigo al generoso e meno al vile.
Avara e bella, fa’ come conviene,
rendi quel patrimonio all’indigente:
l’usura è vana, se di tanto bene
la somma immensa non ti è sufficiente.
Se del tuo bene a te fai evizione,
sarai come un sensale disonesto:
quando a natura dovrai dar ragione,
come potrai lasciare un buon regesto?
Beltà infruttuosa ha esito infelice:
invèstila, e sarà tua curatrice.

V
L’ore cortesi che squisite danno
le forme al tuo bel viso, onde ogni sguardo
è avvinto, quel potere empio s’avranno:
fare meschino quel ch’era gagliardo.
Il tempo senza posa estate infonde
al tristo inverno, ch’entro lei s’inuna:
gelide linfe stringono le fronde,
beltà innevata è persa in plaga bruna.
Non rimanesse estate distillata,
liquida essenza in carceri di vetro,
beltà dal proprio effetto rovinata
senza rimedio avrebbe il tempo tetro.
fior distillato, se l’inverno avanza
perde il sembiante, e non dolce sostanza.

Antonio Frilli (1880-1920) Romeo and Juliet
VI
Prima che inverno dall’artiglio scabro
ghermisca estate, l’avrai distillata
in dolce fiala, che nel suo cinabro
serbi quella bellezza inalterata.
Legittima è del tuo bene l’usura,
patto che rende gioia a chi ha firmato.
Spendi te stessa, non aver paura
se l’interesse vien decuplicato.
Dieci volte sarai più sorridente,
creata in dieci identiche figure:
la morte non saprà sottrarti niente,
se vivi nelle immagini future.
Tu troppo bella, splendida egoista,
per cedere alla morte la conquista.

VII
Vedi a levante, che la bella aurora
sorge dal fuoco, quando l’occhio basso
di tanta maestà gode, e l’onora
servendo del suo sguardo il sacro passo.
E ascende il colle ripido dei cieli
come al meriggio d’una età più piena:
gli occhi mortali adorano, fedeli,
avvinti al cerchio aureo di sua lena.
Quando dal sommo muoverà spossata,
debole vecchia in bilico sul giorno,
l’occhio devoto l’avrà abbandonata
al suo cammino, per guardarsi intorno.
Al tuo meriggio, pure, segue il limbo:
presto è l’oblio per chi non lascia un bimbo.

VIII
Musica mia, che musica t’è amara?
Dolce nel dolce ha pace, gioia in gioia:
forse che non t’allieta cosa cara?
forse che ti compiaci alla tua noia?
Se i levigati suoni d’armonia
uniti nell’accordo son molesti,
lamentan dolci come per te sia
cantato a solo il coro che dovresti.
Vedi come ogni corda all’altra dice
il senso d’una vibrazione eguale:
come una coppia, del figlio felice,
canta con voce unita il madrigale.
Molteplice canzone, muta e una,
dice del solitario la sfortuna.

IX
Forse temendo di bagnare i cigli
d’un vedovo, tu sola ti consumi?
Se morte t’avrà colta senza figli
piangerà il mondo, orbato dei tuoi lumi.
E vivrà il mondo in vedovanza amara,
se partirai senza lasciare un’orma:
chi perde moglie serba per sé cara,
negli occhi dei bambini, la sua forma.
Il bene che un incauto ha prodigato
si muta luogo, e sempre dà conforto;
beltà sprecata la divora il fato,
chi l’ha e non l’usa, ne commette aborto.
Amor non fa sentire la sua voce
a chi compie di sé il delitto atroce.

X
Vergogna nega che tu senta amore,
amica così improvvida a te stessa;
da mille amata, la mia dèa non cessa
nutrire ai pretendenti il suo livore.
Temperie tua possiede odio rapace
che contro te non perita tramare:
rovinerà il prezioso lacunare,
la reggia onde dovresti avere pace.
Muta pensiero, sì che muti anch’io;
a che albergare un sentimento ostile?
Come nel volto, in cuore sii gentile,
àbbiti cura, per l’amor di dio.
Fàtti per l’amor mio doppia e diversa:
che o l’una o l’altra dèa non mi sia persa.

XI
Svelta come declini, tu rinasci
nei figli, a ristorare quel che langue;
resterà tuo, se gioventù ti lasci,
l’avallo che concedi al nuovo sangue.
Qui trovi senno, qui prosperità:
altrove, un folle gelo di vecchiaia.
Chi come te si nega al tempo, fa
che in pochi inverni il mondo già scompaia.
Lascia chi nasce a un fato che non dura
anonimarsi d’una morte grama;
più chiede a chi più dà madre natura,
che a frutto di sua dote ti richiama.
Matrice naturale, a te la cura
di generosa prole imperitura.

Antonio Frilli (1880-1920) Romeo and Juliet
XII
Conto i rintocchi che mi dicon l’ora,
notte funesta cui il giorno s’avventa;
e della viola bruna, che si sfiora,
il riccio già inargenta.
L’immenso ramo d’ogni chioma manca,
onde le greggi furon confortate:
cinge il covone il verde dell’estate,
ispida bara bianca.
Penso alla tua bellezza, che in ambasce
va camminando per la strada oscura,
dolce prezioso bene che non dura,
morto come altri nasce.
Del tempo non puoi vincere la lama,
se un figlio non lo sfida, quando chiama.

XIII
Se tu restassi tua! ma ti possiedi
soltanto per il lasso di una vita.
Contro la fine appronta i tuoi rimedi,
affida ad altri la forma squisita.
Né mai decada il patto che ti presta
questa bellezza, sì che dopo morta
ritorni a possedere quel che resta
di te, per quella prole che ti porta.
Tanta dimora chi vorrebbe persa,
che per durare chiede un buon governo
contro il vento d’inverno che riversa
dentro lande di rabbia un gelo eterno?
Pròdigo scialo, amore, niente più.
Avesti madre: sii madre anche tu.

XIV
Non è degli astri il fato che indovino,
benché d’astronomia serbi nozione.
Non dico il buono e manco il rio destino,
non peste o fame o scognita stagione.
Né so ridir la sorte di un minuto,
se fulmine sia, vento o fortunale.
All’uomo incerto non so dare aiuto,
il cielo non mi è libro congeniale.
Leggo dagli occhi tuoi ogni mia scienza:
le stelle fisse che mi fan parola
di veritiera e bella discendenza,
se tu vivrai con me, né starai sola.
Se tu non vuoi, sarà il destino nero –
con te si muore tutto il bello e il vero.

XV
Se penso il divenire fenomenico,
le perfezioni effimere di cose
dentro l’immenso macchinario scenico
cui le stelle nascoste fanno chiose;
o vedendo la vita vegetale
che un solo cielo in noi vezzeggia e frena,
vanto di gioventù che già disvale
cedendo al sommo la sua prima lena,
dico che impermanenza t’arricchisce
nell’inversa ragione dell’età,
mentre il tempo predone s’incrudisce
per menare il tuo giorno a nerità.
Far guerra amando contro il tempo, ardisco:
quel che lui prende, ti restituisco.

XVI
Perché più strenua lotta non ingaggi
col tempo, quel tiranno sanguinario?
Fan d’uopo per sconfiggerlo equipaggi
più degni del mio sterile rimario.
Oggi tu vivi il colmo dei tuoi giorni:
mille giardini vergini ed incolti
la tua virtù potrebbe fare adorni
di fiori vivi, né dipinti volti:
linee di vita a vita dan vigore,
ché il tempo – e la mia penna d’apprendista –
non rendono bellezza né valore
degno di perpetuare la tua vista.
Concederti ti rende eterna, vedi?,
per quella dolce arte che possiedi.

Antonio Frilli (1880-1920) Romeo and Juliet
XVII
Chi crederà domani a queste rime,
elogio del tuo pregio troppo pieno?
Si fa sepolcro il verso, quando opprime
la vita vera, e ne rivela il meno.
Scrivessi la bellezza del tuo sguardo,
di fresche cifre le facessi dono,
il poeta”, direbbero, “è bugiardo.
Sette cieli in un viso: troppo buono”.
Esche allo scherno, mie carte canute!,
vegliardi tutti lingua e niente al sodo,
fole di bardi e non lodi dovute,
zoppìe virtuose di un antico epòdo!
Salvo che un figlio veda il giorno in cui
vivrai due volte: nei miei versi e in lui.

XVIII
“Giorno d’estate” ti dovrò chiamare?
Tu sei più bella, e meglio temperata:
il fiordimaggio un vento fa tremare,
e muore estate in troppo breve data.
L’occhio del cielo avvampa tanto ardente
che infine adombra un fulgido incarnato,
la sua bellezza effimera è sovente
preda a natura erràtica, o al fato.
Eterna estate, tu non hai declino,
né della tua bellezza perdi il vanto;
non mena a morte oscura il tuo cammino,
se vivi avanti al tempo in questo canto.
finché l’uomo respiri, finché veda,
viva il mio verso – e vita ti conceda.

XIX
Grinfie di tigre rodi, tempo audace,
rendi alla terra in pasto la creatura,
prendi le zanne orrende della fiera,
ardi nel proprio sangue la fenice.
Pena o conforto da’ come ti piace,
fa’ quel che credi, tempo corridore,
al mondo, alle sue grazie periture,
ma ti proibisco il crimine più atroce:
al viso del mio amore serba luce,
risparmia lo scalpello guastatore,
alla rovina lascialo scampare,
che a futura bellezza sia matrice.
O infuria, tempo! e come che imperversi,
l’amore vivrà eterno nei miei versi.

XX
Viso di donna ornato da natura
hai tu, sire–signora che mi regna.
Cortese cuor di dama, che disdegna
di quella la mutevole impostura.
Sguardo più terso e vero, nel suo cenno
infonde chiarità la dove posa:
sembiante d’uomo, forte d’ogni cosa,
rapisce l’occhio all’uno, all’altra il senno.
Se per natura donna sei creata,
l’artefice, dell’arte sua invaghita,
mise il soverchio onde mi sei rapita,
fallace aggiunta che mi viene ingrata.
Poiché governi delle donne il foro,
a me l’amore: l’usufrutto a loro.

XXI
Per me non canta la solenne musa
che scioglie il verso per virtù d’un quadro
e il paradiso invoca al dir leggiadro,
che di bellezza fa tenzone astrusa,
prodiga di metafore assai fiere
di soli e lune e gemme, terra e mare,
e boccioli d’aprile, e cose rare
chiuse del cielo nelle immense sfere.
L’amore schietto parla più contento:
credimi dunque, ch’è altrettanto bello
d’ogni altro amore adorno dell’orpello
di lumi d’oro infissi al firmamento.
L’imbonitore vada discorrendo:
non vanto, io, la merce che non vendo.

XXII
Non crederò alle rughe nel mio specchio
finché la gioventù ti sia consorte,
finché tu non palesi il fregio vecchio
che a me pure sarà preludio a morte.
Quel nitore che tutta ti colora
è il pavese sontuoso del mio cuore
che nel tuo petto, e il tuo nel mio, dimora:
come, per anni, ti sarei maggiore?
Perciò sii cauta, amore, del tuo bene
e io del tuo, che porto in gelosia
nel mio: come la buona balia tiene
sicuro il bimbo dalla malattia.
Morto il mio cuore, il tuo farà lo stesso:
donato a me, non ti sarà rimesso.

XXIII
Come un mediocre attore sulla scena
cincischia la battuta per paura,
come l’uomo iracondo nella piena
dei sentimenti trova sua sciagura,
così – temendo il vero – ho profanato
la cerimonia dell’amor leale:
amore tempestoso e smemorato
annichilisce in tanto maestrale.
Lascia per me parlare questo foglio,
araldo silenzioso che si strugge,
che implora amore e ne riceve orgoglio,
più che non possa un fiato che mi sfugge.
Leggere d’un amore muto il segno,
udir con gli occhi, è amare con ingegno.

XXIV
L’occhio si finge artista, e t’ha ritratta
in belle forme, alla tela del cuore;
il corpo fa cornice, e rende esatta
l’ottima prospettiva del pittore.
Tu che al pittore riconosci il destro,
mirando la tua immagine al profondo
del mio pensiero, atelier dell’estro,
che per le luci tue s’affaccia al mondo,
vedi il sapiente gioco degli sguardi:
il mio, che ti ritrae, il tuo che infonde
luce al mio cuore, che il sole s’attardi
a rimirare il volto che nasconde.
Occhi sapienti, maestri nel colore,
non sanno tuttavia ritrarti il cuore.

XXV
Lascia che i favoriti dalle stelle
vantino onori e titoli d’orgoglio
mentre io, cui la sorte vien ribelle,
colgo le gioie schive che più voglio.
Il favore dei grandi – un chiaro fiore,
vanità di vanessa nella sera,
gloria che in un levar di ciglio muore,
memento di se stessa, tomba altèra.
Il gran guerriero, insigne vincitore
di mille scontri, per la prima resa
vien defalcato dall’albo d’onore,
vanificata la fatica spesa.
Beato chi adorato adora, dove
il nome iscritto resta, e non si muove.

Antonio Frilli (1880-1920) Romeo and Juliet
XXVI
Sire d’amore mio, poiché d’un degno
servaggio il tuo valore, ecco, mi investe,
un messaggio ti reco, che sia teste
del mio dovere, e non prova d’ingegno.
Dovere immane, cui l’ingegno crudo
appare inane a ritrovar la rima,
se nel pensiero tu non l’abbia prima
preso a balia e nutrito, tutto nudo;
e la qualsiasi stella che mi muove
mi usi il bene d’un occhio donatore,
e che per farmi segno al tuo favore
mi rimpannucci amore in vesti nuove.
Allora ti amerò d’amore in posa –
prima, storno la testa timorosa.

XXVII
Torno a giacere – il giorno mi ha spossato.
Riposano le membra, ma il pensiero
dimentica le vie che ho camminato
e inizia il proprio viaggio, più leggero.
La mente inquieta lascia il suo giaciglio:
peregrinante amore a te la reca;
si leva insonne, non vuol chiuder ciglio,
si leva nella tenebra più cieca.
E suscita dal niente una chimera,
un’ombra cara: ed ecco il tuo sembiante
far bella questa vecchia notte nera,
donarle un fuoco vivo di diamante.
Fatica il corpo il dì, la notte il cuore:
l’amante non ha tregua dall’amore.

XXVIII
Come sperare infine un’ora lieta,
se il bene di un riposo mi si nega?
Cure di giorno notte non le quieta,
notte e dì l’uno all’altra danno bega.
Imperi ostili vicendevolmente,
fanno alleanza contro me, però:
l’uno mi sfianca, l’altra fa presente
che sfiancarmi al tuo fianco non si può.
Lusingo il giorno con la tua chiarezza,
redenzione di cieli nuvolosi;
madama notte, scabra, il lume apprezza
che vicario d’Orioni tu le posi.
Ma il giorno è giogo lungo alla mia pena,
e notte stenta me la fa più piena.

XXIX
Quando in cagnesco con fortuna e fama
deploro a solo la magra vendemmia –
impreco invano a questa luna grama,
mi specchio e sprezzo con una bestemmia
sospirando la sorte di chi gode,
i molti amici, il lustro che l’onora,
invidiando a chi l’arte, a chi la lode,
più sguarnito di quel che più m’incuora.
Ma quando più il pensiero mi deplora,
ecco che penso a te – la mia memoria,
lieta come l’allodola all’aurora,
dall’impuro all’empireo canta il Gloria.
L’amorosa memoria tanto vale,
che dei fasti d’un re ride e non cale.

XXX
Quando alle assise d’un pensiero muto
convoco le memorie del passato,
mi strugge un desiderio inconsumato:
nel pianto antico il nuovo dì è perduto.
Cede al ricordo il cuore compassato –
affetti del passato, vite rotte
d’amici cari, andati nella notte –
piango d’amore un pianto rinnovato.
Così mi dolgo dei dolori andati,
pena su pena scrivo alle mie liste:
imposta di tristezza, soldo triste,
nuovo tributo a gemiti insaziati.
Ma se d’un tratto penso a te, mia cara,
mi risarcisco d’una vita amara.

XXXI
Dà ricetto il tuo petto a tutti i vivi
che contumaci mi credevo tolti;
l’amante anatomia governa quivi
su quanti vi dimorano, insepolti.
Quante lacrime pie, quanto compunte
il mio cuore devoto mi ha spillate
a buon profitto d’anime defunte
che, vive in te, giacevano indovate!
Tu sepolcro d’amore che non dorme,
ostensorio d’amanti che adorai,
poiché danno al tuo petto le mie orme,
quel ch’era loro, tutto per te l’hai.
I cari volti riveder concedi
e tu, nei molti, tutto mi possiedi.

XXXII
Se morte cagna canta il suo dies iræ
sulle mie ossa mentre tu sei viva,
potresti ritrovarti a rinverdire
i versi rudi che io t’ammanniva.
E benché il superarsi delle mode
li renda, in paragone, magre cose,
tienili per amore, non per lode,
umiliati da menti talentuose.
E accordami un pensiero intenerito:
“Crescessero le muse con le forme,
ben altre rime avrebbe concepito
l’amore mio, in ben altra uniforme;
perduto lui, trovato già il migliore,
di là maestria: di qua rileggo amore”.

XXXIII
Più d’una aurora rimirai superba
lusingare alle vette occhi regali,
baciare boccadoro i velli d’erba,
molar malìe di luci celestiali,
cedere a nembi sordidi la via,
dare ambio turpe sul volto ridente,
stornarsi dalla terra in ritrosia,
eclissare furtiva all’occidente.
Un primo sole anche per me gioiva,
recando alla mia fronte il suo brillìo;
ma il nuvolo il mio sguardo già impediva,
e solo per un’ora restò mio.
Amore al sole in terra tutto indulge,
che pari al sole in cielo non rifulge.

XXXIV
Mi strologhi il bel tempo, che mi dici
di partire leggero; poi mi tendi
un’insidia di nubi guastatrici,
lordi il tuo sole dentro fumi orrendi;
fai breccia nel rovescio – e non consola,
né rasciugarmi sotto il fortunale,
perché non salva la cura che sola
molce la piaga né guarisce il male.
Né per vergogna medichi il mio affanno,
perché pentirti non mi risarcisce;
le lacrime tardive no, non sanno
alleviare la croce a chi patisce.
Ma nel tuo pianto amore versa perle
sontuose, che consolano a vederle.

XXXV
Di quel ch’è fatto, non più ti crucciare:
la rosa ha spine, mota le acque chiare,
eclisse e nube lorda lune e soli,
il verme lercio alligna nei boccioli.
Sbaglia ciascuno; e sbaglio in questo io,
che avallo il tuo delitto con il mio,
che mi son perso per lasciarti illesa,
che ti perdono ben oltre l’offesa.
A sgravio dei tuoi crimini sensuali
cito i sensi, avversari e tuoi legali,
e arringo contro me, tuo difensore.
Tant’è il dissidio tra l’odio e l’amore,
che mi costringe complice alla stessa
ladra gentile che tanto mi vessa.

XXXVI
Confesso che dobbiamo essere due,
benché ci inuni amore indivisibile,
per rendere la vita sostenibile
senza le forze tue.
Abbiamo un corpo solo nell’amore
ma questa nostra infausta divisione,
pur non mutando effetti alla passione,
ci ruba dolci ore.
Mai più potrò vantarmi che sei mia,
o la mia onta ti sarà vergogna.
Piàcciati di sfuggire a quella gogna:
salvo l’onore sia.
Che del tuo onore, poiché mia ti dici,
ricevo i generosi benefici.

XXXVII
Come un padre vegliardo gode forte
del figlio nel vigore zenitale,
anch’io, storpio per cara malasorte,
tolgo ogni mio conforto dal tuo sale.
Bellezza nobiltà vigore ingegno –
una di queste o tutte o altra ancora
sia la virtù sovrana del tuo regno,
nel novero l’amore mio dimora.
Né sono storpio o misero o pietoso
se dall’egida tua prendo sostanza
vitale dentro il tuo tutto glorioso,
e sto contento della tua abbondanza.
Scegli nel meglio, e il meglio ti sia dato:
anch’io sia dieci volte più beato.

XXXVIII
Perché cercare ispirazione al canto
se tu respiri, che doni al poeta
la materia di te, fin troppo vanto
perché una carta grama la ripeta?
Merito a te, se trovi ai miei rimari
parlari degni della tua lettura;
che muto può tacerti, cui appari
chiarità stessa d’ogni trovatura?
Decima musa, rara dieci volte
più delle nove note a’ trovatori,
per colui che t’invoca fa’ risolte
le cifre eterne degli eterni allori.
Esile musa mia, piaci ai moderni:
mia pena e lode tua, questi quaderni.

Antonio Frilli (1880-1920) Romeo and Juliet
XXXIX
Con che contegno canterò il tuo pregio,
florilegio del meglio che posseggo?
Di sé l’elogio, di’ s’è vero fregio,
quand’è di te la lode che ti leggo.
Per la qual vece ti vivo randagio,
declino amore in numero duale,
così che via da te io trovi ad agio
quel che per te soltanto vige e vale.
Assenza, che più fiera strazieresti
senza l’ozio molesto che si sazia
di pensieri d’amore cari e lesti,
tu inganni tempo e mente in tanta grazia,
e l’uno d’esser due rendi capace,
cantando qui colui che altrove giace.

XL
Prendi il mio amore, amore, àbbilo intero:
che sarà tuo, che già non possedevi?
Non sarà amore, amor, dico sincero,
perché l’amore mio tutto l’avevi.
Se per amore, amor, mi fai violenza,
allora l’amor mio ti sia strumento:
ma quell’inganno non avrà clemenza,
di chi si forza a prenderne alimento.
Ladra gentile, io t’ho perdonato
d’avermi tolto quel denaro vile:
amor sa ch’è destino più spietato
subir torto amoroso, che onta ostile.
Grazia lasciva, specchio di bellezza,
trafiggimi così: ma senza asprezza.

XLI
I begli oltraggi che la libertà
t’istiga, quando siamo separati,
s’addicono al tuo lustro, alla tua età,
cui sempre tentazione tende agguati.
Nobile sei, che vincerti è fatale;
formosa sei, che farti guerra è d’uopo;
se carne chiama, che figlio carnale
la stornerà severo dal suo scopo?
Eppure sì, potresti contentarti,
smettere la tua giovane bellezza
randagia, che ti travia in quelle parti
dove due volte il giuramento spezza:
il suo, bella che tenti e che l’insidi,
il tuo, bella che menti e mi deridi.

XLII
Né che tu la possieda è il più cocente
dei crucci – e l’adoravo, ben concesso;
ma lei possiede te – piange la mente
il lutto che la tocca più da presso.
Corrèi d’amore, non di voi mi lagno:
tu l’ami perché anch’io amavo lei,
lei pure mi fa torto a mio guadagno
buscando quel che sa che approverei.
Sì, ti smarrisco al pro di chi mi strugge,
e perdo lei per il tuo buon profitto;
l’un l’altro vince e l’uno e l’altro fugge,
ciascuno per amore mi ha trafitto.
Ma noi due siamo uno! e torna il riso:
l’amor di lei m’è dolce e non diviso.

XLIII
Quanto più serro il ciglio, meglio colgo
quel che a giorno m’è faglio e mena abbaglio;
nel sonno, occhi di sogno ti rivolgo
e, nere luci, luci al nero scaglio.
E tu che d’ombra l’ombre in luce adorni,
che forme d’ombra accendi in ogni forma?,
ombra che brilli più chiara dei giorni,
scabro contorno in bruma e brava orma.
Come la vista vorrebbe bearsi
di rivederti in vera luce viva,
se alla pupilla cava sa scavarsi
la forma tua, quando la notte arriva?
Nero il meriggio, perché non ti scorge;
lume la notte, se in sogno ti porge.

Antonio Frilli (1880-1920) Romeo and Juliet
XLIV
Fosse pensiero, questa carne greve,
della distanza non mi struggerei:
qualunque spazio correrebbe lieve
fino alla lontananza ove tu sei.
E che m’importa, se dovessi stare
per strade e case che ti son straniere?
la mente varca a volo terra e mare,
e concepir la mèta è possedere.
Penso, funesto, che non son pensiero,
non vàlico le miglia che ti vanno:
corpo concreto e duro, opera al nero,
gemo aspettando il giorno, ch’è tiranno.
Atomi lenti, io mi vi rassegno
con lacrime pesanti, triste pegno.

XLV
Due voci: Arialeggera e Fiammapura
sono con te, dovunque io mi sia;
una è il pensiero tuo, l’altra è la cura:
presenze assenti, mosse in leggiadria.
Voci veloci mie, recate intanto
la legazione di un amor gentile –
altre due voci intonano un discanto
di morte e di mestissima atrabile.
Poi mi richiama in vita l’armonia
delle due messaggere che hai vedute:
eccole rincuorate sulla via,
mi dicono “è felice, sta in salute”.
Ascolto e godo. Ma non prendon fiato,
che le rimando indietro, preoccupato.

XLVI
D’occhio e di cuore la guerra incrudisce,
che contendono il bene del tuo volto.
L’occhio la tua visione gli proibisce,
il cuore quel diritto gli vuol tolto.
Obietta il cuore che tu giaci in lui,
stanza che non concede trasparenza;
impugna l’argomento l’altro, cui
solo verrebbe data l’apparenza.
Dirime la contesa una giuria
d’idee, del cuore assidue dozzinanti,
dal cui verdetto arbitrato sia
fra ’l chiaro e ’l caro dei due postulanti:
l’occhio della tua forma è creditore,
il cuore del più intimo d’amore.

XLVII
D’occhio e di cuore un’alleanza nasce
che in buon servigio l’uno all’altro chiama;
quando languisce l’uno nelle ambasce
o l’altro alla tua immagine s’affama,
in fasto di figure l’occhio ha festa
e invita il cuore al desco degli affreschi;
oppure l’occhio presso al cuore resta,
che in argomenti erotici l’intreschi.
Sia per figura sia per ragionare,
assente, tu mi sei vicina ancora
se il mio pensiero non sai divanzare
che mi sta accanto e accanto a te dimora;
sopìti entrambi, la tua vista preme:
spiccia al piacere il cuore e l’occhio insieme.

XLVIII
Quanto mi feci scrupolo al partire
di mettere ogni inezia sotto chiave:
nulla ch’è mio doveva pur finire,
dalle mie cure assidue, in mani prave!
Tu, gemma che ogni altra rendi impura,
sommo conforto, massimo dolore,
bene fra i beni, unica mia cura,
tu sei la preda al ladro, al grassatore.
Non ti trattiene chiave di forziere
se non dove non sei – come a me pare:
al fondo del mio petto tesoriere,
onde a capriccio sai venire e andare.
Persino là sarai – temo – rapita:
rende ladro il virtuoso preda ambita.

XLIX
Contro quel giorno, ove quel giorno giunga,
che ti vedrò adirata alzarmi il ciglio,
e amor recare la sua somma lunga,
mosso a bilancio da miglior consiglio;
contro quel giorno che t’avrò straniera,
passante senza il bene d’un saluto,
che amore non ricordi più com’era,
severa d’un pensiero grave e muto,
contro quel giorno è questa apologia,
scritta in coscienza della mia pochezza:
questa mia mano mi condanni, e sia
tutrice del diritto che mi spezza.
Legge ti toglie a me, con le sue armi,
ché non diedi moventi per amarmi.

L
Quant’è gravoso accingersi ad andare,
quando la mèta triste dell’andata
non offre altro conforto che contare
le miglia dall’amata.
Il mio ronzino, dal dolore vinto
che mi fa greve, va con la sua ambascia
come sapesse, il misero, d’istinto
che non corre, chi lascia.
Morso di sprone non gli ridà lena,
ben che confitto pur con rabbia al fianco;
più che ferisca lui, a me dà pena
il suo lamento stanco.
Mi mette in cuore, quel lamento tetro,
che innanzi è la tristezza: e gioia indietro.

LI
Così perdoni amore il tardo indugio
del mio cavallo, quando mi congedo.
Perché affrettarsi via dal tuo rifugio?
finché non torno a te, glielo concedo.
Allora, sì, l’indugio è dannazione,
quando una corsa folle è troppo lenta:
persino all’ippogrifo darei sprone,
parrebbe ferma l’ala che si avventa.
Non c’è morello svelto da bastarne,
se desiderio astratto d’amor vero
infuria in corsa e va, vìvida carne.
Amore, tu perdona il mio destriero:
al tuo congedo andava al trotto, lasso –
ora corro da te: lui segna il passo.

LII
Eccomi: il ricco cui la chiave ambita
dischiude il preziosissimo forziere –
ma non gli viene assiduo il rivedere:
raro piacer fa vista più rapita.
Vi han poche feste grandi: in guisa tale
che, rade al lungo circolo dell’anno,
pietre più pure al suo castone fanno,
diamanti solitarî al suo bracciale.
Come uno scrigno, il tempo che t’avvera,
arca solenne d’abito sfarzoso,
fa l’attimo supremo più prezioso
svelandone la gemma prigioniera.
Gemma sublime, cui donare piace
gloria al presente – boria al contumace.

LIII
Quale sostanza incarna le tue membra,
mille volte riflessa?
Ad ogni corpo un’ombra propria sembra –
la tua, mutar non cessa.
Caro ai pittori, Adone in mille carte
vuol fingerti, prosaico;
Elena, pur dipinta a norma d’arte,
è il tuo ritratto arcaico.
Di’ primavera, o tempo di raccolto:
l’una è la tua bellezza,
l’altro fra le tue doti viene tolto.
In te sta ogni chiarezza:
ad ogni grazia estranea dài sostanza –
impareggiato il cuore, per costanza.

LIV
Quanto più bella appare una bellezza
quando s’adorna d’una vita piena:
bella la rosa, e più bella s’apprezza
per quel dolce profumo che l’invena.
Rosa canina ha fiamma d’ugual fuoco
quant’è nel fior di serra, più odoroso:
pari le spine, pari il lieto gioco
d’alito estivo al bocciolo ritroso.
Rosa di campo è bella né pregiata,
vien disamata in boccio, umile in fiore,
sfiorisce a sé. La rosa coltivata
muore soave in suo soave odore:
così di te, giovane bell’amica,
sfiorito il boccio, la poesia ridica.

Antonio Frilli (1880-1920) Romeo and Juliet
LV
Né i marmi, né dei prìncipi dorate
l’effigi hanno potere di poesia:
maggiore luce a te nei versi sia,
che in pietre antiche, turpi d’anni grigi.
Odiosa guerra scalzerà la statua,
le mura periranno ad un tumulto:
ardere non saprà il tuo vivo culto
spada di marte, con sua fiamma fatua.
Contro la morte, contro ingrato oblio
tu durerai; la tua virtù sia nota
all’uomo che farà girar la ruota
della fortuna, e così piaccia a dio.
finché la tromba del giudizio canti,
vivrai nei versi agli occhi degli amanti.

LVI
Amore fàtti forte, mordi amore,
mordi la carne più che morda fame,
fàtti nutrire, cedi al tuo languore,
poi torna ad affilare le tue lame.
Divora amore, sazia quel tuo sguardo,
sàziati adesso, inèbriati – e domani
ancora tendi l’arco, incocca il dardo,
fa’ che i tuoi strali volino lontani.
L’assenza ci sommerge nei suoi flutti
e le tue sponde dalle mie separa;
quando i marosi si faranno asciutti,
ritornerò alla riva a me più cara.
Gelo d’assenza, inverno mesto e morto –
verrà l’estate e porterà conforto.

LVII
Schiavo di te, che altro fa mestieri
che secondarti, come e quando brami?
Non ho minuti eletti ai miei voleri,
né devo nulla, finché tu non chiami;
né biasimo quei quando interminati
che, padrone a me stesso, scruto l’ora;
né impreco i morsi dell’assenza ingrati
dopo il congedo dalla mia signora;
né mi struggo così, gelosamente –
dove tu sei, che laccio ti possiede;
vile e servile sto, pensando a niente
se non quant’è beato chi ti vede.
Tant’è folle l’amore, a giudicarlo;
di che tu faccia, non lo rode il tarlo.

LVIII
Proibisca il dio che mi ti fece servo
ch’io nel pensiero freni i tuoi diletti,
che mendichi conferme ai miei sospetti.
Sono vassallo: la tua legge osservo.
Ch’io possa tollerare dal tuo gesto
l’arbitrio onde s’impone amara assenza,
soffrire ancora e sempre con pazienza,
né con accuse rendermi molesto.
Va’ dove credi: tant’è il tuo diritto.
In ogni tempo il tempo sia affidato
al tuo capriccio, ché a te sola è dato
di perdonarti per il tuo delitto.
A me tocca l’attesa, pur crudele:
sia bene o male, io ti son fedele.

LIX
Se nulla è nuovo al mondo, e solo esiste
quel che già fu, guardate l’impostura:
travaglio d’invenzione ancora insiste
a ridar parto a vecchia creatura.
Potessi riguardar senza fatica
di là da cinquecento anni del sole,
saprei il tuo viso da una carta antica,
quando nacquero i segni alle parole,
saprei il pensiero di quei vecchi dotti
di fronte a te, perfetta meraviglia:
se il tempo fa migliori o più corrotti,
se il volger delle cose si assomiglia.
Ma sono certo che i passati ingegni
dissero lode ad esseri men degni.

LX
E come l’onda al sasso sulla rena,
così va la risacca degli istanti:
poi che ogni primo il suo secondo mena,
precìpite teoria che corre avanti.
Creatura pur venuta a luce, lesta
si fa matura, in più pieno splendore;
ma il sole eclissa – insidia già funesta,
e il tempo dona e toglie, traditore.
Trafigge il tempo i fiori del passato,
spinge l’aratro sulle fronti liete,
si nutre del fior fiore che ha creato,
né si dà scampo, quando falce miete.
Pure, al futuro lascio questo canto:
possa, vincendo il tempo, esserti vanto.

LXI
Perché alla notte fonda il tuo sembiante
affidi? che il mio occhio non riposi?
Laceri al sonno i veli vaporosi,
m’illudi con un’ombra somigliante?
Perché metti una fredda parusìa
a sorvegliarmi il giorno, a te remoto,
scoprirne la vergogna, il tempo vuoto,
esca e sostentamento a gelosia?
No. L’amor tuo, pur grande, non può tanto.
L’amore mio, lui non è mai spossato:
devoto amore in veglia, mi ha chiamato
a sorvegliarti sempre, a starti accanto.
Io sono la tua guardia. E tu ti dèsti,
lontana, al fianco d’uomini più lesti.

LXII
Amor di sé mi pecca dentro agli occhi
e dentro ogni latèbra, ogni lacerto;
contro di che, non c’è preci o malocchi,
tanto nella mia fibra sta conserto.
Nessun bel viso pare pari al mio,
forma più vera, vero più valente;
della mia valentìa diviso io,
che in tutto valgo più dell’altra gente.
Ma se lo specchio mi rivela al vero,
pesto e crepato d’una concia frusta,
l’amor di sé mi appare menzognero
e amarsi in tanto fasto è cosa ingiusta.
Per te, mio io, giocavo al vagheggino
frescando del tuo meglio il mio declino.

LXIII
E se, come son io, sarà l’amata
logora e guasta dal tempo mannaro,
la bella fronte riarsa e deturpata
di mille rughe, se il suo giorno chiaro
conoscerà il crepuscolo senile,
se la bellezza che le fa stendardo
involerà i tesori del suo aprile,
languida infine, persa ad ogni sguardo –
contro quel tempo edifico il bastione
trionfatore dell’età che strugge,
perché perpetua sia l’evocazione
della bellezza, quando vita fugge.
Questo tesoro affido – in nero – ai fogli,
che n’abbia sempre nuovi i suoi germogli.

LXIV
Vedo il tempo sfregiare a mano brava
gl’insepolti giacigli del prestigio,
radere torri, e tutto ciò che stava,
dare all’ultima furia ogni fastigio.
Vedo il mare vorace trarre a briglia
ad uno ad uno i regni alla salsèdine,
liquida landa che ghermisce e piglia,
pingue per guasti, guasta per pinguèdine.
Vedo volgere stato ad ogni mole,
e d’ogni stato volgere squallore;
e tanta fola dimostrarmi vuole
che fugge il tempo, e porta via l’amore.
Pensiero morto – né può far diverso:
piange d’avere ciò che teme perso.

LXV
Se bronzo e pietra e terra e immenso mare
son sopraffatti, quando morte afferra,
come bellezza potrà mai scampare
con la forza d’un fiore alla sua guerra?
Come salvare un alito d’estate
dal tempo che devasta e reca assedio,
se cedon le città fortificate,
se duro acciaio è fragile rimedio?
Come togliere al tempo, dubbio atroce,
la gemma più pregiata dal suo scrigno?
Chi può arrestare il passo suo veloce,
chi può salvare il bello dal maligno?
Nessuno. Ma un miracolo redime:
dar luce al nostro amore, con le rime.

Georges Girardot (1856-1914) Erigone
LXVI
Morte sarebbe molto meno amara
del povero destino di chi vale,
della trionfante nullità somara,
dello spergiuro usato a chi è leale,
di tanta simonìa, tanta vergogna,
del mercimonio di persone pure,
dell’ideale in mano alla carogna,
del genio imbavagliato da censure,
del forte che ha ceduto a corruzione,
del vero ch’è spacciato per banale,
della follia maestra d’ogni azione,
del bene schiavo d’un perverso male.
Morte sarebbe molto meno ingrata –
ma lascerebbe sola la mia amata.

LXVII
Perché vivrebbe là dove le attòsca
e darebbe salvezza all’empietà
colei che la menzogna adunghia losca,
stringendola alla propria società?
Perché ritrarre in falso il suo sembiante
cavando nero vacuo a tinta pretta?
bellezza grama, fatta mendicante
d’ombre di rosa, cui la rosa è schietta!
Perché vivrebbe se natura schiatta
spillando sangue al cavo delle vene,
che non altro ricavo s’arrabatta,
e vanitosa vive del suo bene?
Natura la vuol viva per provare
la vecchia pompa d’epoche più chiare.

LXVIII
Vestigio, il suo bel viso, delle ore
dove il bello sfiorì come la rosa
e venne, nuovo, un bello usurpatore
che la sua marca sulle fronti posa.
Fatta tonsura delle trecce d’oro
dei morti, sigillate nei sepolcri,
ad altre chiome si ridà decoro,
che il vello di bellezza ancora appulcri.
In lei si vede il primo tempo sacro,
spoglio d’orpello, veridico e schietto,
che d’altre estati non fa simulacro,
che a vecchi sfarzi non prende belletto.
Natura la conserva come indizio
che mostri il bello eterno al surrettizio.

LXIX
Quel che di te l’occhio del mondo scorge
non domanda al pensiero altri artifici:
lode la lingua dal cuore ti porge,
verità mera, pure ai tuoi nemici.
Ti corona così la lode fuori:
ma quelle lingue che ti fanno il coro
lordano poi la lode d’altri umori,
vedendo più che l’occhio mostri loro.
Vogliosi di veder quel ch’è ritroso,
lo stimano a misura del tuo gesto;
nobili d’occhio, di pensiero ozioso,
d’odor di loppa il giglio fanno pesto.
Se fuori il fiore aromi non effonde,
ce n’è ragioni: cresce in terre immonde.

LXX
Che ti s’accusi non ti dà difetto,
se ai belli la calunnia è marchio usato;
il bello è l’ornamento più sospetto,
corvo che nel celeste va librato.
Sta’ lieta, e chi ti mente in tanto aumenta
il tuo valore, che il tempo seduce:
il verme elegge il boccio dove avventa,
e il tuo rigoglio è chiaro per più luce.
Passi dei giorni acerbi l’imboscata
intatta, o vittoriosa a quella possa;
ma tanta lode non è mai bastata
a rintuzzare invidia che s’ingrossa.
Non sgomentasse un che di torvo fuori,
sgomineresti eserciti di cuori.

LXXI
Quando si tace la campana ostile
che mi manda ai defunti, non volermi
piangere ancora, se dal mondo vile
vado a più vile vivere di vermi.
Se scorri questi versi, abbi scordato
la mano di chi scrive, che ti ha cara
tanto che più gli è dolce essere obliato,
se la sua rimembranza riesce amara.
E se, ti dico, leggi questa riga
quando sarò composto nel mio campo,
al mio povero nome non dar briga
e lascia amore e vita senza scampo,
che quei pedanti, del tuo lutto accorti,
non diano gabbo a te con i tuoi morti.

LXXII
E perché il mondo non domandi nota
di quale pregio in me ti stesse a cuore,
alla mia morte scòrdati ogni jota,
amore, perché in me non c’è valore.
Vorresti escogitare belle fole
a maggior gloria di quello che fui?
ornare il morto con buone parole
che il vero, avaro, leverebbe a lui?
Perché il tuo amore non mentisca, come
colui che finge fiabe per amore,
accanto al corpo seppellisci il nome,
che per vergogna non perdiamo onore:
vergogna mia, del poco che son stato;
tua, che quel poco devi avere amato.

LXXIII
Quella stagione forse in me riguardi
che poca foglia fa più sparsa e livida
sul ramo che nel gelo già rabbrivida,
cantoria spoglia per gli uccelli tardi.
In me rimiri forse la compieta
che dal meriggio scende sul ponente
e che la notte annera nel suo niente,
seconda morte che ogni cosa quieta.
In me cogli il barbaglio della brace
che indugia sulle ceneri trascorse,
e sfatta da quel cibo che pur morse,
come in un letto funebre si giace.
Questo tu vedi, e con più forte amore
ami quel bene che ben presto muore.

LXXIV
Ma sta’ contenta, se i neri gendarmi
senza riscatto mi daranno arresto.
Di questi versi saprò ben giovarmi,
che lascio alle tue mani il mio regesto.
Se riguardi il mio libro, ti sovviene
quel che di me per te si è fatto santo:
terra alla terra, come si conviene,
ma lo spirito è tuo, di che mi vanto.
Avrai perduto allora la mia feccia,
pastura ai vermi, moritura scoria,
preda codarda di misera freccia,
materia indegna della tua memoria.
Il suo valore è il vero sotto il vello,
e l’hai davanti, perché questo è quello.

LXXV
Sei al pensiero come al corpo è manna,
come alla terra una pioggia di marzo;
nella tua pace, una guerra mi affanna
così come all’avaro nello sfarzo.
Ora gaudente e fiero, poi dubbioso
del tempo ladro, che mi furi l’osso,
ora a quattr’occhi tutto sospiroso,
smanioso poi per occhi d’altri addosso;
presto ristucco e sazio di vedere,
ma subito lo sguardo mi è digiuno;
né prendo né pretendo altro piacere
che le delizie che per te raduno.
Così manco o manduco volta a volta
di quella manna che mi è data e tolta.

LXXVI
Perché il mio verso è scevro d’altri vezzi,
parco di variazioni e trovature?
perché col tempo non gli diedi attrezzi
di nuovi stili e strane composture?
Perché intono una sola litanìa
e vesto il genio in lane poco tenere,
che le rime ripetano in fratrìa
un solo genitore e un solo genere?
Sappi, amor mio, che sempre di te scrivo,
e tu e l’amore siete il tema; e voglio
vestire a nuovo il verbo più corrivo,
spendere il soldo speso, e con orgoglio.
Il sole è vecchio e nuovo in ogni aurora:
l’amore, quel ch’è detto dica ancora.

LXXVII
Spaccia lo specchio grazia decadente,
la meridiana, buon tempo che vola,
i fogli intonsi, gusci della mente,
e questo libro spaccia una sua scuola:
la ruga cruda che ti si rivede
è allegoria di tomba sbadigliante,
lo gnomone furtivo che procede
è il tempo ladro, eterno camminante;
quel che memoria non ritiene, duri
nelle pagine vuote, dove i figli
dell’intelletto troverai maturi,
e dal tuo senno avrai nuovi consigli.
A questa norma, quanto più ti tieni,
tanto profitti e rendi i libri pieni.

LXXVIII
E quanto ti ho chiamata, musa mia,
che vegli sui miei versi così vaga
che ogni altra penna della mia si paga,
quando ai tuoi piedi sciorina poesia.
Con la tua guida il bleso fa quilisma,
lo zotico più greve spicca il salto,
e vola l’ala al chierico più in alto,
se grazia gli raddoppia il tuo carisma.
Ma più per quel ch’io scrivo puoi bearti,
che in te procede e solo te seconda:
agli altri carmi fai la rima monda
o ti benigni di polirne l’arti;
ben più maestra del mio estro, innalzi
al magistero questi passi scalzi.

LXXIX
Finché io solo supplicavo aiuto
davi al mio verso tutta cortesia;
ma il metro delle grazie è decaduto
e ad altri, musa gracile, dai via.
Amore, so che la tua dolce trama
vuole il travaglio di penna ministra;
ma se un ingegno tutto in te si chiama,
quel che ti toglie, ancora ti ministra.
Ti dà virtù, e prende quel concetto
dal tuo contegno; poi grazia t’arriva,
che trova alle tue guance; e non fa pretto
nessun elogio che in te già non viva.
Non esser grata per quel che ti dice,
che di quel dono sei la creditrice.

Guido Giusti - Amplexus in aere, 1894
LXXX
Scrivo di te – vacillo per paura,
so che un maggiore ingegno fa il tuo nome
e scrive encomi colmi di bravura,
sicché cantarti, non saprei più come.
Ma ’l tuo valore è mare dove piglia
abbrivio ’l minor legno come ’l fiero;
audace ben che poco, mette chiglia
caparbia al tuo gran tutto il mio veliero.
Manda una schiuma che mi tenga a galla,
mentre l’altro cavalca i tuoi fondali –
io nave grama, preda d’una falla,
lui alto e grande sopra i fortunali.
E se io stento, incede lui con agio,
il peggio è che l’amore m’è naufragio.

LXXXI
Sia che io scriva sopra le tue spoglie,
sia che tu viva quando sarò terra,
la morte il tuo ricordo non mi afferra,
che alla memoria tutto mi distoglie.
Di qui il tuo nome al sempre si conduce,
quando a me morto il mondo dice requie;
la terra sa donarmi solo esequie –
tu, sepolta, vivrai per l’altrui luce.
Lapide sia questo mio verso attento
che un occhio in mente Dei veda e distingua,
che sillabi una nascitura lingua
quando il respiro dei viventi è spento.
Vivrai per la virtù di chi ti scrive
dentro il respiro di più bocche vive.

LXXXII
E non ti è sposa la mia musa, dico:
non è adulterio, se farai lo spoglio
del gergo aduso che, d’amore amico,
all’amore dà lustro, foglio a foglio.
Bella per grazia e per dottrina bella,
tu che per pregio eccedi il mio peana
vorrai cercare quel che rinnovella
il tuo ritratto, nel giorno che sana.
E così fa’ – benché quand’altri ingegni
abbian cavato il meglio dal lambicco,
la tua bellezza schietta si disegni
più schietta in stile vero e meno ricco.
La tinta grossolana si conservi
per guance smorte – tu non te ne servi.

LXXXIII
Non vidi mai che bisognasse biacche
al tuo bel viso che non vuol colore;
ti seppi, ti credetti oltre le fiacche
profferte che può farti il rimatore.
E nel tuo canto fui troppo infingardo,
ma la tua luce eccelsa per sé mostra
che la penna mediocre ha passo tardo
a dire il bene che per te s’inchiostra.
A te questo silenzio parve accidia,
mentre il mio miglior vanto è d’esser muto;
tacendo, alla bellezza non do insidia,
ma i versi altrui pur troppo hanno nuociuto.
Vive più vita in uno dei tuoi sguardi
che lodi l’uno o l’altro dei tuoi bardi.

LXXXIV
“Soltanto tu sei tu”. Quale miracolo
migliore un miglior fabbro ti sciorina,
se questo motto immura il ricettacolo
della misura che ti fa dottrina?
Miseria pena dentro quella penna
che al suo tema una gloria non consegna;
chi poetando di te soltanto accenna
che tu sei tu, già scrive cosa degna.
Lascia che copi quello che ricoglie –
purché non guasti quant’è nato terso –
se tanta fama il suo genio ritoglie
e l’unanime lode del suo verso.
Ma una malìa ti strega la bellezza,
che pur ghiotta di lodi, le deprezza.

LXXXV
O musa blesa che mi fa ritegno
quand’altre rime, di ricca fattura,
danno al tuo nome un calamo più degno,
ornato d’altre muse con bravura.
Ben penso quel che altri scrive bene,
come un chierico chioso “così sia!”
all’inno che dai più capaci viene
in belle forme, piene di maestria.
Ai tuoi elogi echeggio “è certo! è vero!”
e giungerei del mio ad ogni rima;
ma la parola giace nel pensiero:
ultimo viene il verbo, amore è prima.
Godi degli altri il lessico stupendo:
di me il silenzio, che dice tacendo.

LXXXVI
Per la gran vela gonfia del suo liuto,
tesa alla volta della tua cattura,
il mio pensiero colmo s’è sparuto,
greve nel grembo che gli dà fattura?
la mano che altre anime ha maestre
a scriver più che umana, mi basisce?
Non lui, né quei fantasmi che fan destre
le strofe sue, la mano m’impietrisce,
non lui, né gli altri spettri coadiutori
che colmano le notti con dottrina
mi stringono al silenzio, vincitori;
non è di qui il timore che mi strina:
se il verso gli ricolma il tuo favore,
per meno mole il mio perde vigore.

LXXXVII
Addio – troppo costosa per averti,
se la tua stima sai fin troppo bene.
Di quanto ti si crede sai valerti:
il mio credito a te tutto riviene.
Come ti avrei, se non per garanzia?
con che titoli tiro tanta lenza?
La volontà chiamava alla razzia,
ma ne vien revocata la licenza.
A me ti desti, ignara del tuo pregio
o troppo generosa col mio censo;
falso in bilancio, questo privilegio
ritorna a te, dietro più cauto penso.
Ti ebbi come in sogno piace avere:
letto di re, livrea di cameriere.

LXXXVIII
Quando vorrai portarmi alla berlina
e allo scherno di me darai la stura,
al tuo fianco farò la mia rovina
e mostrerò virtuosa te, spergiura.
Miglior perìto delle mie malarie,
saprò vergare al tuo buon pro la storia
dei vizi occulti che mi fanno carie,
sì che perdendo me, guadagni gloria;
anch’io del mio guadagno mi compiaccio,
se amor che in te riflesso tutto pensa
delle ferite che a me stesso faccio,
pagando te, due volte mi compensa.
Tanto son tuo, tanto mi tiene affetto,
che a tuo conforto il peggior torto accetto.

LXXXIX
Di’ che mi lasci per torto subìto:
mi farò usciere del tuo tribunale.
Chiamami zoppo: ristarò basito,
indifeso all’accusa che mi assale.
Non puoi darmi metà dello zigrino –
se vuoi mutare il mio contegno ad arte –
di quel che scientemente mi commino.
Ti sarò strano, ti starò in disparte,
ti andrò fuori di via, che non m’azzardi
a pronunciare il dolce nome amato,
e per somma imperizia non sbugiardi
l’intimità del nostro tempo andato.
Tuo giurato, mi accuso dal mio podio,
né amerò mai colui che prendi in odio.

XC
Òdiami, se mai devi: òdiami adesso
quando ogni vece mi si volge al peggio;
complice al fato, fammi sottomesso
e non menare al vinto altro saccheggio.
A me scampato, o quel che ne rimane,
risparmia retroguardie d’altra ghigna;
la notte è lusca: non dar pioggia a mane,
che trascini a rovina più maligna.
Se mi lasci, non sia l’ultima pena
quando mali scipiti han fatto ressa;
vieni per prima, che per prima mena
il peggio della sorte che mi vessa.
Altre sorte di mali ora son mali
che, persa te, non paiono più tali.

XCI
C’è chi vanta antenati, chi talenti,
chi patrimoni e chi possa di mani,
chi – vesanìa vanesia – vestimenti,
chi cavalli, chi poi falconi e cani.
Ogni tempra coltiva i suoi diletti
e ne procura gioie superiori;
io nei parziali trovo gli imperfetti,
se nell’ottimo inuno i miei migliori:
il tuo amore val meglio d’un blasone,
più ricco e fiero che monete e manti,
più grato di cavallo e di falcone –
accanto a te, conviene che mi vanti,
risicando però che tu mi tolga
quel che mi dai, e male me ne incolga.

Jean-Joseph Perraud - Le Désespoir, 1869
XCII
Come che a farti furto t’inciprigni,
nei muri della vita tu sei mia;
fuori d’amore altra vita non sia,
se non in quanto amore mi designi.
E che temere dal male maggiore,
se il minimo dei mali già mi uccide?
Ma una sorte più fausta mi sorride,
franca dai tuoi mercuri dell’umore.
Quell’incostanza non mi può ferire,
se la vita riposa sul tuo broncio.
Così mi vinco il titolo più acconcio:
lieto d’averti, lieto di morire!
Che resta santo sopra ogni sospetto?
se mi sei falsa, io non me l’aspetto.

XCIII
Così vivrò credendoti fedele,
come un marito becco; in viso ancora
l’amore pare amore, che va in fiele –
l’occhio rimane, il cuore non dimora.
Dentro i tuoi occhi l’odio non ha posto,
e se mutasti, tutta ti somigli.
In quanti sguardi il cuore ha ben riposto
storie di flemme, rughe, altri cipigli!
Ma nel crearti crede il tuo creatore
che sul tuo viso amore sempre indugi:
nient’altro mostri, che non mostri amore,
quali che sian le mene e i sotterfugi.
Pomo di Eva cresce la bellezza,
se inganna con l’aspetto che carezza.

XCIV
Chi sa ferire e dice posse et nolle,
chi mostra ma ministra il suo potere,
chi muove il mondo ma ristà in panciolle,
chi è freddo e refrattario nel piacere,
costui per dote busca il paradiso,
economo dei beni di natura;
è signore assoluto del suo viso,
furieri gli altri della sua pastura.
Dolce all’estate il fiore dell’estate
che a sé soltanto prospera e poi muore;
ma se lo piglian ruggini malate,
alle sterpaglie cede, in disonore.
E più s’inagra il dolce, a dargli mano:
il giglio guasto ha peggio odor che il guano.

XCV
E nell’infamia, che delizia infondi,
se come il verme nella rosa fresca
rode il tuo fior di nome in morsi immondi!
con che dolcezza il tuo peccato adesca!
Chi ridica la storia dei tuoi giorni
e chiosi con malizia le tue imprese,
non che biasimo, fa che lode torni
al nome la cui fama fa cortese.
Guarda in che reggia albergano quei vizi
che ti hanno eletta per propria dimora,
dove il decoro vela in trine e pizzi
le magagne che l’occhio non deplora!
Tienti caro, tesoro, questo lusso:
a mani incaute, ogni coltello è smusso.

XCVI
Chi ti deplora acerba e chi vogliosa,
chi ti rimira acerba e spiritosa;
vizio o virtù piace dovunque posa:
tu d’ogni vizio fai virtù graziosa.
Come sul dito dell’imperatrice
pare diamante la pietra infelice,
così l’errore di cui sei latrice
traluce in vero, e vera ti si dice.
E quanti agnelli avrebbe il lupo atroce,
se d’agnello sapesse avere voce!
quanti adoranti avresti messi in croce,
usando del potere che gli nuoce!
Tu non usarne – perché chi ti ama
possiede te, con la tua buona fama.

XCVII
Come un inverno questo nostro altrove
di amanti che confortavamo l’anno.
Quanti geli ho patito, quanto affanno:
Dicembre desolato in ogni dove.
Crebbe l’estate, Orione disadorno,
poi un autunno màdido, e il germoglio
diede una spiga flòrida, un orgoglio
di donna pregna e vedova in un giorno.
Messe sontuosa, e solo a me pareva
un’orfana chimera, un frutto spurio,
perché senza di te languiva Sirio
e l’uccello del Sole si taceva.
Tace, e se canta non ha voce viva.
Sbiancano i rami, un altro inverno arriva.

XCVIII
Fummo lontani in primavera: e aprile,
umor screziato in abito sontuoso,
dava alle cose un soffio giovanile
(rideva anche Saturno, il permaloso).
Né il canto degli uccelli, né l’odore
dolce dei fiori, essenze variopinte,
sapevano ispirare estate al cuore –
né io ne colsi le beltà distinte.
Non mi sedusse il candido dei gigli,
né io lodai il vermiglio nelle rose:
erano al piacer mio meri consigli,
immagini di te, seconde cose.
Durava inverno agli occhi, e tu nel petto:
come dell’ombra tua, n’ebbi diletto.

XCIX
Sgridai la viola: dimmi, bella ladra,
a chi togliesti quella tua fragranza?
fiato d’amore, tiepida esultanza
che imporpora la tua guancia leggiadra?
Dell’amor mio le vene hai derubato;
tocco della tua mano il giglio ha avuto,
la maggiorana in boccio, il tuo velluto,
la rosa timorosa, il tuo incarnato.
Una arrossa in vergogna, una in paura
s’imbianca, e tutt’e due t’han preso il fiato.
Vendica il furto il verme, che spietato
dà loro morte per rosicatura.
Altri fiori ho veduto farsi onore
del tuo profumo, o prenderti il colore.

C
Dove sei, musa che tanto trascuri
di dire la materia dove hai forza?
Sprecata infuri in madrigali oscuri,
luce possente che svilita smorza?
Torna, immemore musa, e fa’ redento
con belle cifre il tempo andato invano;
sciorina a giusta stima il tuo lamento,
per chi dà tema e trama alla tua mano.
Sorgi, musa sopita, e resta all’erta
che il tempo non deturpi il suo bel viso;
oppure, fatti satira e da’ berta
al tempo, che il suo guasto sia deriso.
Celebra amore che celere muore:
lega la lama al tempo falciatore.

CI
Musa infingarda, che scusa ti tarda
dal mesticare il bello con il vero?
Col vero il bello amore in sé riguarda,
e a te pure dà ostello lusinghiero.
Musa, rispondi – non sofismi, adesso:
“Color di vero non si finge vero,
forma di bello non la sbozza un gesso,
e l’ottimo è perfetto quand’è mero”.
Taci perché non chiede i tuoi trofei?
Poca causa al silenzio, se più fama
puoi darle che i dorati mausolei
e renderla al futuro che l’acclama.
Fa’ quel che devi, musa: da me impara
a dir domani quanto adesso è chiara.

CII
Cresce l’amore, ma non vuol mostrarlo:
come più t’amo, più ne fuggo il vezzo.
L’amore ch’è vantato a caro prezzo
è amor mercante, e si vuol millantarlo.
Amanti nuovi della primavera,
noi celebrammo i fasti dell’inizio;
ma un flauto d’usignolo nel solstizio
si tace, quando estate vien più fiera.
La notte è vaga di una gioia nuova,
smessi gl’inni solenni delle prime,
ché tanta melodia dismaga e opprime,
e amore risaputo poco giova.
Di tempo in tempo canterò più raro,
che per protervia non ti sia discaro.

CIII
Misera cosa, musa, ti palesi
che avendo tanta riva a farti vanto
ben più vale svestita la tua tesi
che con la rima e con il metro accanto!
Tu non far mutria alla mia poca vena –
dentro lo specchio ti riguarda un volto
alla cui stregua è smussa la mia lena,
torpido il verso, al male che l’ha incolto.
E non è colpa, pur cercando venia,
guastare un tema di tanto momento?,
se non ad altro aspira la mia nenia
che dire la tua grazia e il tuo portento.
Più, molto più che nel mio verso sieda
rende lo specchio, quando tu lo veda.

CIV
Al mio sguardo amoroso non ti sciupi:
bella com’eri, che prima ti vidi,
tal quale so che sei. Tre inverni cupi,
tre volte spogli degli estivi nidi,
tre equinozi guastati in tre declini
ho già contati di tra i mesi erranti,
tre aprili in fiore al giugno che li strini
da che ti vidi, tu che ancora incanti.
Bellezza è come un’asta di gnomone –
muove furtiva e passa impercepita;
parendo indenne, la tua carnagione
muta sotto la mia vista tradita.
Tempo che timoroso nasci, ascolta:
l’estate di bellezza ti è già tolta.

CV
Non chiamare l’amore idolatria,
né darle taccia d’essermi feticcio,
benché uno il canto, una la lode sia:
d’una e per una è il verso che compiccio.
Amore caro a sera e caro a mane,
costante nel prodigio del suo molto;
e la rima costante anche rimane:
canta una cosa e tutte l’altre ha tolto.
“Bella sincera e cara” è il tema regio,
“bella sincera e cara” in ricercare;
tre voci in una, madrigale egregio
che l’ingegno si strema di variare.
“Bella sincera e cara” vanno sole:
ma in tre, per lei, sono una sola mole.

CVI
Se negli annali dei bei tempi antichi
leggo il catalogo dei valorosi –
odi a bellezze, splendidi emistichi,
lodi di dame e paggi fascinosi –
nel làbaro glorioso di bellezza
tra mani e piedi e labbra e occhi e fronti
le antiche penne mostrano contezza
di te, che per valore li sormonti.
Dunque le vecchie lodi sono auspici,
presagi del presente, tue visioni
d’orbe pupille che, divinatrici,
non bastano a lodarti con canzoni.
Abbiamo noi, del giorno d’oggi astanti,
occhi stupiti – non lingue bastanti.

Lord Ronald Gower (British, 1845-1916) Hamlet
CVII
Né per i voti miei, né per i vati
del mondo, sognatori di futuro,
i termini d’amore sono dati –
che credo prede d’un fato sicuro.
Luna caduca è reduce d’eclisse,
Cassandra dà la baia al suo dies iræ!
corone nuove a nuovi dubbi infisse,
rami d’ulivo da non più sfiorire!
Stille del tempo, dentro il vostro unguento
risana amore, e morte paga il dazio,
perché sconfitta dal mio canto stento,
ai soli sordi e muti mena strazio.
Alla tua gloria scrivo questi versi,
se tumuli e cimeli andranno persi.

CVIII
Dal pensiero alla penna non abbrivia
figura che per me non ti sia avvezza;
che di nuovo si dice, che s’archivia,
in materia d’amore e di bellezza?
Nulla, mio bene. E come in salmodia
ti ristucca cotidie la mia predica,
vecchia né frusta: “sono tuo”, “sei mia”,
tal quale fu la prima cara dedica.
Amore annoso con gualdrappa fresca
toglie le tarme e i guasti dell’antico,
alle debite rughe leva l’esca
e si cattiva il tempo, servo amico:
esemplare d’amore ha bella faccia
dove apparenza e tempo lo minaccia.

CIX
E non chiamarmi d’animo bugiardo
se brucio come per fiamma lontana:
partirmi dal tuo bene è tanto azzardo
come dal cuore mio, che al tuo s’intana.
Sei la casa d’amore che lasciai:
a te ritorno, come il viaggiatore,
e distolto al tuo tempo non mutai,
ma attinsi l’acqua che terge l’errore.
Se dentro la mia tempra si riversa
ogni vizio del sangue, tu non credere
che la natura abbia così perversa
che il tuo tutto a quel nulla voglia cedere.
E non mi è niente il mondo. Tu, mia rosa,
nel niente senza nome sei la cosa.

CX
Fui vagabondo, e troppo, questo è vero,
e mi feci arlecchino e fui mercante
negli affetti e giullare nel pensiero,
vecchio nel vizio ad ogni nuova amante.
La fedeltà costrinsi in un mio covo
sinistro e strano; ma dallo squallore
della deriva trassi un cuore nuovo,
prova proterva del tuo buon amore.
Tutto compiuto, abbi il compimento:
non mi consumerò per quella smania
di riprovare amore con cimento:
tu dea d’amore, prendimi alla pania,
accoglimi, migliore fra gli eletti,
e chi più t’ama, più il tuo cuore aspetti.

CXI
Per me squadri le fiche alla fortuna,
la dea che rea per come fui molesto
non miglior equipaggio mi raduna
se non mediocre, e nei mediocri resto.
Sul mio nome fa marca un disonore,
e la mia mano già lorda s’umilia
in quel che compie, come fa al tintore.
Pietosa, spera nella mia vigilia
se malato zelante mi propino
aceto, forte alla peste tremenda;
nessun amaro per me amaro opino,
né l’altra pena che la prima menda.
Abbi pietà, mia buon’amica, e giuro
che per la sola tua pietà mi curo.

CXII
Con amore e pietà risani l’onta
di che mi piaga l’astio dei volgari;
d’elogio o maldicenza, che mi monta,
se tu mondi i miei vizi, i pregi hai cari?
Tu mi sei mondo. E solo la tua bocca
può dispensarmi lode o reprimenda.
Non vivo ad altri; il mio senso s’arrocca
ai vivi che ne vogliono far menda.
Ho l’altre voci in così gran ribrezzo
che, come il serpe biblico, non odo
motti di plauso e motti di disprezzo;
vedi che noncurante resto e godo:
tanto nella mia trama t’ho ritorta,
che la torma degli altri mi par morta.

CXIII
Quando mi lasci tu, rimane meco
l’occhio, che mi governa sempre e ovunque;
e vede in parte, in parte si fa cieco,
fa viste di vedere, e cede al dunque.
Né alle valve del cuore dà visura
d’uccello o fiore o forma che rinserra
labile sì che mente la trascura,
né vedendo s’invesca in quel che afferra.
Che sia forma più scabra o più gioconda,
l’essenza più benigna o la più truce,
montagna o mare, giorno o notte fonda,
colomba o corvo – tutto in te riduce.
Debole ad altro, satura al tuo penso,
la mente rende falso il primo senso.

CXIV
Forse il pensiero, ebbro di te, sovrano
beve il sovrano inganno, la lusinga,
o potrà dirsi amor, che l’occhio spinga
a travisare il vero nell’arcano:
vedo il demonio, il lèmure angoscioso
diventar cherubino al tuo cospetto;
ogni più vile corpo fa perfetto
l’entelechia d’amore luminoso.
Lusinga, credo, rende il vino oppiato
che il pensier mio sovranamente beve:
l’occhio asseconda il sire lusingato,
e colma assiduo quella coppa lieve.
Potrebbe esser veleno – è poco male,
ché all’occhio innamorato non ne cale.

CXV
Mentono le mie rime, quando scrivo
che d’altro amore non sono capace:
faglio nel mio giudizio, non capivo
che piena vampa dà più chiara brace.
Ma vaglio il tempo, che in millanta guise
s’insinua tra le leggi e le illusioni,
fa frusto il bello, e le anime decise
distoglie al corso d’altre decisioni.
Ahi, che la signoria del tempo è dura,
e non so dire “il vero amore è questo”,
sicuro in quel che meno m’assicura,
re nel presente, scettico nel resto!
Amore è bimbo che mi vuole muto:
così cresca quel che non è cresciuto.

CXVI
Agli sponsali d’anime gentili
non si dà briga – o non è vero amore,
se si travìa per traversìe ostili,
se oppresso si concede all’oppressore.
L’amore, no: l’amore è ferma marca,
alta sulle tempeste né mai scossa,
faro sicuro ad un vagar di barca,
inestimato a chi stimare possa.
Tempo non beffa amore, benché il lieve
fiore di carne la sua falce mieta;
non muta amore dentro un lasso breve,
ma alle soglie del sempre ha la sua meta.
Se di gran lunga errai d’error provato,
non scrissi mai – nessuno ha mai amato.

CXVII
Accusami, che ho molto lesinato –
io che dovrei coprirti tutta d’oro –
l’amore tuo sontuoso ho trascurato,
cui ogni giorno dovrei dar ristoro.
Mi sono dato a immeritate genti,
ho sperperato il tempo più prezioso,
ho alzato la mia vela ad altri venti
che mi han portato per un mare ozioso.
Giudice, metti agli atti il mio disegno,
oltre l’errore: accuse più e men giuste.
Pòrtami sulla gogna del tuo sdegno,
dànnami, ma risparmiami le fruste:
ti chiedo venia, se non fu arroganza
tentare del tuo amore la costanza.

CXVIII
Come per appuntire l’appetito
s’induce col salace la saliva,
o il male occulto si tiene sopito
gravandosi con purga preventiva,
così, colmo d’amore che non stroppia,
faccio dieta d’assenzio, oppure issopo:
conviene, per il bene che m’alloppia,
farmi malato prima che sia d’uopo.
È pratica d’amore d’avacciare
mali latenti a sintomi sicuri,
e ’l valetudinario val menare
a malattia, ché – sano – se ne curi.
Ma a spese mie ne cavo la morale:
nuoce il rimedio, a chi per te sta male.

CXIX
Lacrime distillate di sirene
bevvi, dentro un lambicco lercio e pravo,
che ho mene in fede e fede nelle mene,
e mi rovino quando già trionfavo?
Per quali errori il cuore si smarrisce,
rapito alla sua ora più perfetta!
e come l’occhio fuor di sé patisce
nella follia febbrile che l’infetta!
Felice malattia!, dove ritrovo
il bene che il mio male fa migliore,
e l’amore spogliato fatto nuovo
per più grazia, più corpo, più vigore.
Così contento della mia batosta,
vinco dal male più di quel che costa.

CXX
Giova d’aver patito la tua offesa:
trovar tormento nel tuo stesso saio
mi tocca, che la pena ti ho già resa;
non ho nerbo di rame, né d’acciaio.
Se fui crudele, se potei ferirti
come anch’io fui ferito, quale inferno!
e quanto poco giova inorgoglirti
di quel dolore, che pareva eterno!
M’insegnino le ore di tormento
a scongiurare il male che ti nuoce,
e possa io trovare un lenimento
che ti guarisca quel dolore atroce.
Di tanta crudeltà riscatto sia:
redimo la tua offesa, e tu – la mia.

Miguel Blay Miquel Blay Fábregas (1866-1936)
CXXI
Meglio meschino vero che creduto,
se al non meschino se ne dà nomea,
se il piacere legittimo è perduto,
vassallo d’una legge di canea.
Al sudicio ludibrio dei bugiardi
dovrò esibire la mia flemma audace?
nei deboli miei, più deboli sguardi
vedranno il marcio in quel che più mi piace?
Io sono quel che sono, e la censura
misura i propri eccessi con i miei;
troppo diritto per tanta stortura,
non mi concedo al metro dei plebei.
O la legge del peggio piaccia dire:
l’uomo è meschino, il più meschino è sire.

CXXII
Mi doni insegne che conservo in mente,
sempiterni memento a tutto tondo
sospesi sopra il niente impermanente,
longevi più del tempo e più del mondo;
longevi almeno quanto cuore e mente
conservano, finché a natura piaccia,
quel che di te contenderanno al niente –
e non andrà perduta la tua traccia.
Memoria grama! come che t’ingegni,
non giovan tacche a memorare amori:
ho voluto disfarmi d’altri segni,
fidare in quelli dove più dimori.
Un altro promemoria, qual che sia,
varrebbe come indulto all’amnesia.

CXXIII
Non avrai gloria, tempo, che io muti!
Quegli obelischi che con nuova forza
erigi, mi son noti e risaputi,
forme consuete dentro nuova scorza.
Effimeri, noi siamo sbigottiti
dalla muffita ciarpa che sciorini:
più giova creder propri i vecchi miti,
che memorarli uditi da bambini.
Ti sfido, tempo, con il tuo corredo,
impassibile all’oggi come all’ieri;
mentono i libri e mente quel che vedo,
che correndo maggiori oppure azzeri.
Questo prometto, e questo sempre accada:
non mi muti in essenza la tua spada.

CXXIV
Se amore fosse figlio di favori,
bastardo di fortuna e morganatico,
verrebbe sterpo a sterpi o fiore a fiori,
secondo il tempo più e men simpatico.
No: la sua tempra è salda nei marosi,
non patisce a palazzo, non si scora
nello scorno dei poveri riottosi
ch’è il comune costume di quest’ora.
Non soffre sotterfugi, quel nervoso
avvezzo a fare calcoli d’un lampo;
è solitario e molto malizioso:
in fasto nicchia, in peste trova scampo.
Mentori suoi, i giullari del passato –
martiri al bene, dopo aver peccato.

CXXV
Fossi gargolla che sostiene gli astri,
fossi archivolto delle mille pompe,
fossi demiurgo eterno di pilastri,
avrei tardato il tarlo che corrompe?
Più d’una volta vidi il facoltoso
giocarsi il collo per pagar pigione,
guastarsi il buono per l’artificioso,
ricco e pitocco, stenta ostentazione.
Solo al tuo cuore voglio fare omaggio,
offrirgli un’offa povera ma schietta,
scevra di ricercari e d’equipaggio,
che l’una all’altra anima rimetta.
Crepi il corrotto! che un’anima bianca,
più la calunni, meglio se ne affranca.

CXXVI
Bella che rubi al tempo e tieni a bada
lo specchio sguincio e la lama temuta,
declinando tu cresci – e chi t’ha avuta,
sorgendo tu, bisogna che decada.
La natura, sovrana di naufragi,
ti mena a capo dopo ogni andatura:
vuol dare guerra al tempo con bravura,
sconfiggere i minuti più malvagi.
Diffida tu, sua gioia favorita:
tarda e non schiva l’ora del tramonto,
dilata e non elude il resoconto;
per quietanza, sarai restituita.

CXXVII
Né si gradiva more antiquo il nero,
né lo fregiava fama di gagliardo;
macchia madre bellezza oggi, il bastardo
nobile per orpello ereditiero.
Perché a bellezza ogni mano ritoglie,
schiarendo il turpe in arte di falsario;
perso il suo dolce nome e il suo sacrario,
bellezza è profanata, e mal le incoglie.
Ecco la donna mia d’occhi corvini
e fronte tanto buia ch’è luttuosa,
come chi nato brutto affetta e posa –
calunnia e plebiscito dei meschini.
Piangono mesti, pure, quei cipigli –
e chi li dice belli, li somigli.

CXXVIII
Quando, musica mia, tu suoni musiche –
legno beato, se muovendo stilla
sinuoso il filo degli accordi astrusi
che sotto il tocco della mano oscilla –
invidio i tasti che senza ritegno
baciano dal di dentro le tue dita;
e la mia bocca timida, a quel legno
cede la messe così tanto ambita.
Le labbra danzerebbero, lambite
dalle chiavi mutevoli e giulive
che le tue mani corrono compite –
legno beato, più che labbra vive!
Tu fa’ felici i tasti tanto audaci:
a loro dita, a me da’ bocca ai baci.

CXXIX
Spirito sfatto in scialo di vergogna
è la foja che agisce; e non agita,
è sudicia, spergiura, malagogna,
barbara, ingorda, sordida, mentita,
sprezzata ma goduta senza meno,
prima esecrata, consumata poi,
ingrata come pania di veleno,
esca che tolga il senno a chi l’ingoi,
folle alla caccia e folle alla catena,
troppo voler avere, aver voluto,
gioia probanda e riprovata pena,
previo piacere e sogno sprovveduto.
Questo sa il mondo – ma non sa proibire
all’uomo la delizia d’insanire.

CXXX
Se nei suoi occhi non risplende un astro
né disegna corallo la sua bocca,
se il petto bruno non finge alabastro
e un crine nero in capo le si sfiocca,
se rose rosse e bianche e damascate
alle sue guance non fanno broccato,
se le migliori essenze profumate
paiono più inebrianti del suo fiato,
se la sua voce – pure così amabile –
non è dolcesolenne come un’arpa,
se non ha portamento venerabile
perché trascina il piede nella scarpa,
pure è la donna mia ben più preziosa
di qual si voglia bambola leziosa.

CXXXI
Tu dispotica e bella, tu superba
come chi troppa grazia fa mutriosa,
sai bene che il mio cuore in sé ti serba
come la pietra più rara e preziosa.
Pure, c’è chi ti vede e nega in fede
che per amore i tuoi occhi consumino;
non oso confutargli quel che crede,
ma sempre, dentro me, lo giuro e rumino.
A riprova ch’è giusto quanto giuro,
pensandoti mi struggo in un gemizio:
occhi negli occhi, il tuo colore oscuro
dichiaro ch’è il più caro al mio giudizio.
Scura non sei, salvo che nel contegno:
qui, credo, la calunnia coglie il segno.

CXXXII
Amo quegli occhi che sanno, pietosi,
in quanto sdegno il tuo cuore mi tiene:
prèfiche in nero, piangono amorosi
e guardano indulgenti alle mie pene.
Né il colore celeste del mattino
più si conviene al far del giorno grigio,
né Venere, l’araldo vespertino,
tanto al tramonto cupo dà prestigio,
quanto al tuo viso gli occhi di dolori.
Lascia che il cuore a quel pianto si chini,
grazioso strazio che ti dà colori,
e in nulla parte la pietà declini.
Nero il colore della grazia sia:
a chi ne manca, manchi leggiadria.

CXXXIII
Dannato il cuore che ’l cuore mi affligge,
che al cuore amico ancora reca oltraggio!
Non lo sazia lo strazio che m’infligge,
che mena il mio più caro al suo servaggio?
Mi guardi cruda, mi rubi a me stesso,
il secondo me stesso mi ghermisci;
di lui, di me, di te mi privi adesso,
d’un triplice tormento mi sfinisci.
Il cuore, ostaggio dei tuoi muri impervi,
prende riscatto dall’altro mio cuore;
come che servo tuo, io lo conservi:
nelle mie stanze, non usar rigore!
Ma sarai dura: perché in quel tuo speco
nolente sono tuo, con quel che reco.

CXXXIV
Tu possiedi anche lui – sì, lo confesso.
Mi do in pegno al tuo nume:
confisca me, che in quell’altro me stesso
tu mi renda il mio lume.
No, non l’affranchi, perché tanto bieca
tu sei, quant’egli è schietto;
egli firma per me quest’ipoteca,
e nel mio laccio è stretto.
Tu avvocata di grazia, tu usuraia
metti tutto a tributo;
persegui il soldo che per me l’inguaia,
e – indegno – l’ho perduto.
Perduto lui, hai l’una e l’altra tratta:
lui paga pegno, sì, né mi riscatta.

CXXXV
Piacer di donna tu saprai cercarlo
e stuzzicarlo e vellicarlo un poco,
finché ti sia molesto, finché il gioco
ti sia prurito: e tu vorrai placarlo.
Tu sai dimesticarlo, il tuo piacere:
lascia che accolga il mio, per una volta.
Potresti medicarlo?, ché gli han tolta
la tua amorosa cura altre chimere.
Acqua infinita, il mare: e san le piene
della marea magnificarlo ancora;
così il piacere mio nel tuo dimora,
vuole gratificarlo del suo bene.
Toccarlo, chi ti fa queste preghiere,
puoi dedicarlo tutto al tuo piacere.

CXXXVI
Se il cuore cieco mi ti tiene al largo,
tu giuragli “voglio toccarlo, voglio”,
perché alla voglia il cuore non dà embargo,
e amore non dà more al caro doglio.
Caricarlo di voglie, amor forziere,
e rabboccarlo colmo, me compreso:
dove più cape più si dà a vedere
che nei plurimi l’uno zero è reso.
Dunque nei tuoi bilanci io sia zero,
benché contabilmente uno sia, pure;
contami niente, purché sia davvero
quel niente qualche cosa alle tue cure.
Fa’ dell’amore un nome, per amarlo:
amerai me, per non dimenticarlo.

CXXXVII
Che fai negli occhi, folle amore cieco,
che travedono e negano il veduto?
Sanno vedere il bello, eppure seco
credere il meglio al peggio hanno voluto.
Se gli occhi guasti per troppa indulgenza
posano là dove ciascuno passa,
tu di quel falso fai giurisprudenza
che il giudizio del cuore stringe a nassa.
Perché fare dimora eletta e mia
quella terra che so comune a tutti?
pur vedo, pur rinnego, perché sia
vera luce ai tuoi tratti turpi e brutti.
Fuorviati dal vero, occhi e cuore
son consegnati al male mentitore.

CXXXVIII
Quando mi giura ch’è tutta sincera
le credo, benché menta e finga in fondo
ch’io sia villica merce baccelliera,
ignara dei cavilli del gran mondo.
Crede, cred’io, che mi creda un ragazzo,
e sa ch’è oltre lo zenit la mia età;
dalle sue falsità cavo sollazzo,
in mutuo sprezzo della verità.
Perché non dice quanto falsa sia?
perché non mi confesso centenario?
L’amore ama la buona ipocrisia,
e dov’è annoso, ha in noia il calendario.
Così mento, e mi rende la bugia:
infiorarci le pecche è cortesia.

CXXXIX
Non domandarmi ammenda di quel dolo
che sul mio cuore slealmente posi.
Parlando mordi!, né guardando solo:
forza alla forza, non giochi capziosi.
Di’, ami un altro – dimmelo a quattr’occhi
cuor mio, senza stornarmi gli occhi tuoi.
Perché d’astuzia mi ferisci e stocchi,
se a me indifeso puoi far quel che vuoi?
Sì, ti perdono: “L’amor mio sa bene
che i suoi begli occhi mi furono bui;
perciò dal mio cospetto li trattiene,
che il loro dardo scocchi e leda altrui”.
Oppure, poiché il cuore mi dilegua,
finiscimi di sguardi e dammi tregua.

CXL
Saggia quanto crudele, non tentare
la mia pazienza muta col disdegno:
sofferenza bisbiglia in voci amare,
dice un dolore senza più ritegno.
Non senti amore?, amore metti in scena.
Questo soltanto ti ammaestro, amore,
sì come al torvo moribondo mena
chimere di salute il suo dottore.
Tolta speranza, resta a me follia:
follia ch’è fola della tua caduta,
febbre del mondo, oscena vesanìa:
ché al folle ogni calunnia vien creduta.
Togli da me follia, da te menzogna,
guarda diritta – e dentro, il cuor rampogna.

CXLI
Non con la vista, in fede, io ti amo,
che rimanda di te le mille mende;
ma il cuore ama quel che all’occhio è gramo
e in te, malgrado lui, tutto si prende.
Né l’udito si bea della tua gola,
né indulge il tatto al tocco non permesso,
né al fescennio dei sensi con te sola
olfatto o gusto impetrano l’ingresso.
Ma cinque sensi e cinque intelligenze
non fanno stare la corvée del cuore
che verso te, salvate le parvenze
virili, viene schiavo e servitore.
Unico mio profitto, la mia piaga:
lei che mi travia, in pena mi ripaga.

CXLII
Pecco d’amore, e l’odio ti dà vanto –
odio dell’amor mio che amando pecca;
ma se il mio stato al tuo rimetti accanto,
vedi ch’è iniquo chi me lo rimbecca.
Iniquo, almeno, il tuo labbro scarlatto
che un sigillo spergiuro posa, dove
d’amore infinge, come a me, il contratto
e depreda i bilanci d’altre alcove.
Con diritto ti adoro come adori
chi favorisci quanto hai me in scorno.
Pietà semina al cuore, che i suoi fiori
meriteranno compassione, un giorno.
Se prendi altrui quello che altrui sottrai,
col tuo esempio ti confuterai.

CXLIII
E come alacre corre la massaia
le peste in fuga d’una sua bestiola,
posa il suo bimbo, briga intorno all’aia
dandosi treno per quel che s’invola,
e il bimbo trascurato le dà caccia
piangendo, invoca il suo bene distolto,
mentre lei, presa di quel che le avaccia,
alle mene bambine non dà ascolto:
così travagli per chi ti divanza
e io t’invoco, bimbo, da lontano;
ritorna, contentata la speranza,
fammi da madre, su: baciami piano.
Prego che tu ti sazî quei capricci,
pur che per consolarmi te ne spicci.

CXLIV
Du’ amori ho, di grazia e di rovello,
mia coppia ossedente e consigliera:
l’angelo buono è maschio chiaro e bello,
femmina l’altro, e di cattiva cera.
La demonia, per vincermi a suo agio,
va subornando l’angelo migliore:
il santo vuole vendere al malvagio,
e con protervia insidia il suo candore.
Se l’angelo all’inferno suo guadagni
non posso stare certo; ma li opino,
emanati da me, buoni compagni,
l’uno all’altra geenna cherubino.
Ma dubitando vado, e vivo incerto,
finché il malvagio il buono abbia diserto.
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CXLV
Bocca fina d’amore
“Odio” vuole flautare
a me, l’adoratore;
però, quando mi vede vacillare,
pietà le dà un singulto:
bocca stolta, che ai molti
dolce dava l’indulto!
Così saluta dunque chi l’ascolti:
“Odio”, con un di più
che notte faccia chiara
là dove Belzebù
dalla virtù celeste si ripara.
“Odio” dice l’odiosa;
poi mi salva la vita: “non te”, chiosa.

CXLVI
Rocca di male terre, anima mia
assediata da schiere sediziose,
perché languisci e soffri carestia
cerchiandoti di mura prestigiose?
Gravare sul bilancio gramo credi
per vantare parvenze di splendore?
i vermi si godranno l’offa, eredi
di tanto scialo? così il corpo muore?
Campa sui resti del tuo servitore,
profitta del suo guasto, tu baratta
l’eternità con le sue morte ore,
nùtriti dentro, e fuori il fasto sbratta.
Divora tu la morte che divora:
morta la morte, non si muore ancora.

CXLVII
Amore sembra febbre, che ha più brame
di quel che più gl’insinua l’insanìa,
più gode di più lunga malattia
che all’egro allegra la pur magra fame.
Al raziocinio, medico d’ambascia
che offendo, inadempiente alla sua dieta,
mostro – meschino! – quel che lui mi vieta:
desiderare uccide; e lui mi lascia.
Incurato dal senno noncurante,
inquieto sempre e folle, anzi frenetico,
io penso e parlo come in un palletico
fuorviando dal vero ch’è lampante:
chiara ti chiamo, ti lusingo luce,
che sei tetro demonio e notte truce.

CXLVIII
Occhio d’amore ha sguardo surrettizio,
perde contezza di quel che cattura
o nel vedere fugge dal giudizio,
miscredente sensorio che censura.
Se a buon diritto l’occhio sdilinquisco,
a che pro questionare sul mio credo?
Ma se travedo amore, ben capisco
che non è veritiero quel che vedo.
Non sa vedere rettamente amore
che in piangere e scrutare si sfinisce;
traligna al vero – sì, quale stupore,
se anche il sole per nubi intorbidisce?
Amore astuto, in pianto mi fai guercio,
perché non veda quanto giochi lercio.

CXLIX
Crudele, che m’accusi di freddezza
mentre caldeggio il male che mi fai;
l’oblio di me mi pare una salvezza
quando ti curo, Erinni, dei tuoi guai.
Chi ti disama e gode il mio favore?
a chi tu levi il ciglio e io sorrido?
non vendico io stesso il tuo livore
con questo mio patema che ti grido?
Per quali pregi, quali alti concetti
avrei in disdegno d’essere il tuo servo,
se del mio meglio adoro i tuoi difetti,
sguattero tuo per un guizzar di nervo?
Òdiami, amore! le cose son chiare:
io cieco, e cieco è chi ti vede amare.

Auguste Rodin - Eternal idol, 1889
CL
Per che malìa trovi la via maliarda
di piegarmi nel poco che può il cuore,
credere falso all’occhio quel che guarda,
negare al giorno il bene d’un chiarore?
Da che sortisci la mala stortura
che la mera ripulsa dei tuoi atti
vuol tanto sforzo e sfoggio di bravura
che col mio molto il tuo poco s’appatti?
Che tua maestria l’amore più ridesta
quanti più segni all’odio parli e sciali?
Benché idolatri quel che altri detesta,
dovresti farmi grazia dei tuoi strali.
Se indegnamente del mio amore godi,
esserti amante merita più lodi.

CLI
È acerbo amore per aver coscienza,
benché coscienza nasca figlia sua;
dunque non protestarmene l’assenza,
birba gentile, per coprir la tua.
Da te venduto, vendo il mio valore
nei baratti villani della carne;
l’anima vuol che il corpo sia signore
d’amore – mentre il corpo non sa starne,
e ritto verso te, ti vuol bottino
della sua signoria; folle di vanto,
tutto si strugge d’esserti facchino,
star sodo dentro te, languirti accanto.
Non è per manco di coscienza, credi;
amore è il bene per cui sorgi e siedi.

CLII
Mi riconosci amore mentitore,
tu che amore due volte falso giuri:
violi i voti di letto, e non ti curi
di spergiurare odio al nuovo amore.
Ingannato due volte, a che sgridarti,
io venti volte tanto più sleale,
che adempio il solo voto del tuo male,
e non confido più nelle tue arti?
Vantavo a pieni voti la tua fede,
l’amore, la costanza, la lealtà,
ti rischiarava la mia cecità,
e la vista abiurava quel che vede:
giurarti buona vuole un occhio Giuda,
che con menzogna folle me ne illuda.

CLIII 153
Cupido poggia il brando e s’addormenta;
non perde il destro una figlia di Diana
che la lama d’amore virulenta
immerge svelta dentro una fontana.
Acquista l’acqua dal suo fuoco erotico
una virtù di vampa duratura,
un nepente bollente che al falotico
dà garanzia di prodigiosa cura.
Con nuovo dardo Amore arde le ciglia
di lei, che ne fa prova al mio costato;
la smania di quel balsamo mi piglia,
che corro là, meschino d’un malato.
Non giova! il mio rimedio troverei
dov’è anche il fuoco – negli occhi di lei.

CLIV 154
Il bimbo dio d’amore s’addormenta
accanto alla sua spada portentosa;
uno stuolo di ninfe gli s’avventa,
votate a castità; la più graziosa
delle vestali toglie quella lama
che istilla amore ai cuori dei mortali:
dorme, il campione dell’eterna brama,
disarmato da mani verginali!
La spada, immersa al fondo d’acqua diaccia,
incandescendo in quella il suo fervore
un vapore salubre ne procaccia
ai sofferenti; io, schiavo d’amore,
qui cerco cura. E questo ne discende:
l’acqua non spegne il fuoco che l’accende.
Stephan Sinding ~ Romantic and Symbolist sculptor