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Il gabbiano Jonathan Livingston, 1970 | Prima parte



Richard Bach: "Al vero Gabbiano Jonathan che vive nel profondo di tutti noi!"

Mario Lupo | Il gabbiano Jonathan Livingston, 1986 | San Benedetto del Tronto

"Il gabbiano Jonathan Livingston" (Jonathan Livingston Seagull) è un celebre romanzo breve di Richard Bach (1936).
Best seller in molti paesi del mondo negli anni settanta, diventato per molti un vero e proprio cult, Jonathan Livingston è essenzialmente una fiaba a contenuto morale e spirituale.
La metafora principale del libro, ovvero il percorso di autoperfezionamento del gabbiano che impara a volare/vivere attraverso l'abnegazione, ricordando il periodo del Rinascimento, il sacrificio e la gioia di farlo è stata letta da diverse generazioni secondo diverse prospettive ideologiche, dal cattolicesimo al pensiero positivo, l'anarchismo cristiano e la New Age.


Era di primo mattino, e il sole appena sorto luccicava tremolando sulle scaglie del mare appena increspato.
A un miglio dalla costa un peschereccio arrancava verso il largo. E fu data la voce allo Stormo. E in men che non si dica tutto lo Stormo Buonappetito si adunò, si diedero a giostrare ed accanirsi per beccare qualcosa da mangiare. Cominciava così una nuova dura giornata.

Ma lontano di là soletto, lontano dalla costa e dalla barca, un gabbiano si stava allenando per suo conto: era il gabbiano Jonathan Livingston.
Si trovava a una trentina di metri d’altezza: distese le zampette palmate, aderse il becco, si tese in uno sforzo doloroso per imprimere alle ali una torsione tale da consentirgli di volare lento. E infatti rallentò tanto che il vento divenne un fruscìo lieve intorno a lui, tanto che il mare ristava immoto sotto le sue ali.
Strinse gli occhi, si concentrò intensamente, trattenne il fiato, compì ancora uno sforzo per accrescere solo… d’un paio… di centimetri… quella… penosa torsione e… D’un tratto gli si arruffano le penne, entra in stallo e precipita giù.

I gabbiani, lo sapete anche voi, non vacillano, non stallano mai. Stallare, scomporsi in volo, per loro è una vergogna, è un disonore.
Ma il gabbiano Jonathan Livingston - che faccia tosta, eccolo là che ci riprova ancora, tende e torce le ali per aumentarne la superficie, vibra tutto nello sforzo e patapunf stalla di nuovo - no, non era un uccello come tanti.
La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov’è il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d’ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo.
Ma a sue spese scoprì che, a pensarla n quel modo, non è facile poi trovare amici, fra gli altri uccelli. E anche i suoi genitori arano afflitti a vederlo così: che passava giornate intere tutto solo, dietro i suoi esperimenti, quei suoi voli planati a bassa quota, provando e riprovando.

Non sapeva spiegarsi perché, ad esempio, quando volava basso sull’acqua, a un’altezza inferiore alla metà della sua apertura alare, riusciva a sostenersi più a lungo nell’aria e con meno fatica. Concludeva la planata, lui, mica con quel solito tuffo a zampingiù nel mare, bensì con una lunga scivolata liscia liscia, sfiorando la superficie con le gambe raccolte contro il corpo, in un tutto aerodinamico. Quando poi si diede a eseguire planate con atterraggio a zampe retratte anche sulla spiaggia (e a misurare quindi, coi suoi passi, la lunghezza di ogni planata) i suoi genitori si mostrarono molto ma molto sconsolati.
"Ma perché, Jon, perché?" gli domandò sua madre. "Perché non devi essere un gabbiano come gli altri, Jon? Ci vuole tanto poco! Ma perché non lo lasci ai pellicani il volo radente? agli albatri? E perché non mangi niente? Figlio mio, sei ridotto penne e ossa!"
"Non m’importa se sono penne e ossa, mamma. A me importa soltanto imparare che cosa si può fare su per aria, e cosa no: ecco tutto. A me preme soltanto di sapere".
"Sta’ un po’ a sentire, Jonathan" gli disse suo padre, con le buone. "Manca poco all’inverno. E le barche saranno pochine, e i pesci nuoteranno più profondi, sotto il pelo dell’acqua. Se proprio vuoi studiare, studia la pappatoria e il modo di procurartela! ‘Sta faccenda del volo è bella e buona, ma mica puoi sfamarti con la planata, dico bene? Non scordarti, figliolo, che si vola per mangiare".

Jonathan assentì, obbediente. Nei giorni successivi cercò quindi di comportarsi come gli altri gabbiani. Ci si mise di buona volontà. E, gettando strida, giostrava, torneava anche lui con lo Stormo intorno ai moli, intorno ai pescherecci, tuffandosi a gara per acchiappare un pezzo di pane, un pesciolino, qualche avanzo. Ma a un certo punto non ne poté più.
Tutto questo non ha senso, si disse: e lasciò cadere, apposta, un’acciuga duramente conquistata, se la pappasse quel vecchio gabbiano affamato che lo seguiva. Qui perdo tempo, quando potrei impiegarlo invece a esercitarmi! Ci sono tante cose da imparare!


Non andò molto, infatti, che Jonathan piantò lo Stormo e tornò solo, sull’alto mare, a esercitarsi, affamato e felice.
Adesso studiava velocità e, in capo a una settimana di allenamenti, ne sapeva di più, su questa materia, del più veloce gabbiano che c’era al mondo.
Eccolo a circa trecento metri d’altezza che, battendo le ali a più non posso, si butta in picchiata: una picchiata vertiginosa verso le onde.
A questo punto capisce perché ai gabbiani questa manovra, a tutta velocità, non può riuscire.
In appena sei secondi, uno tocca le settanta miglia all’ora: velocità alla quale l’ala d’un uccello non è più stabile, nella fase ascendente.
Ci si era provato più volte, ma sempre con lo stesso risultato.
Pur mettendoci il massimo impegno, perdeva sempre il controllo, a una velocità così elevata.
Saliva a quota trecento.
Avanti dritto, a tutta birra, prima. Poi scivolata nell’aria.
E giù in picchiata.
Niente!
Ogni santa volta l’ala sinistra andava in stallo nella fase ascendente, lui veniva spostato con violenza a mano manca, stallava con la destra per cercare di riprendersi e, trac, cadeva in vite.


Non riusciva a metterci sufficiente attenzione, al momento in cui dava quel colpo d’ala ascendente. Dieci volte ci aveva provato e ogni volta, appena toccate le settanta miglia orarie, si trasformava in una trottola di penne e, perduto il dominio dell’aria, tonfava nell’acqua.
Il trucco - gli balenò alla fine in mente, quand’era ormai fradicio - consiste nel tener le ali ferme. Sì: remeggiare finché non sei sulle cinquanta miglia, poi tener salde le ali.
Salì a quota seicento e riprovò. Si buttò in picchiata, becco diritto in giù, ali tutte aperte, appena toccate le cinquanta, spiegate e ferme. Occorreva una forza tremenda, ma il trucco riusciva. Nello spazio di dieci secondi, era sfrecciato a novanta miglia l’ora. Jonathan aveva stabilito il record mondiale di velocità dei gabbiani!
Ma il suo trionfo fu di breve durata. Nell’istante in cui s’accinse a risalire, nell’istante in cui mutò l’angolazione delle ali, perse disastrosamente il controllo, frullò e divenne un turbinìo di penne. Come prima: solo che, a novanta, fu un effetto-dinamite. E Jonathan espose in aria. Piombò in mare. In un mare duro come il granito.
Quando tornò in sé, era buio da un bel pezzo. Galleggiava cullato dalla maretta, sulla scia del chiardiluna. Si sentiva le ali brindellate pesanti come il piombo, ma più ancora gli pesava il fallimento. Si augurò, indebolito com’era, che quel peso bastasse a trascinarlo dolcemente giù, verso il fondo, e che fosse finita.

Mentre affondava, una voce strana e cupa risuonò dentro di lui.
Ah, non c’è via di scampo. Niente da fare, sei un gabbiano.
La natura ti impone certi limiti. Se tu fossi destinato a imparare tante cose sul volo, avresti un portolano nel cervello. Carte nautiche avresti, per meningi.
E se tu fossi fatto per volare come il vento, avresti l’ala corta del falcone, e mangeresti topi anziché pesci. Sì sì, aveva ragione tuo padre.
Lascia perdere queste stupidaggini.
Torna a casa, torna presso il tuo Stormo, e accontentati di quello che sei, un povero gabbiano limitato.

Quella voce svanì, e Jonathan era d’accordo. Un gabbiano a quest’ora di notte dovrebb’essere a nanna, sulla costa. D’ora in poi, giurò Jonathan, io sarò un gabbiano per bene. E tutti saranno contenti di me.
A fatica si tirò fuori dall’acqua e si diresse mestamente verso terra. Meno male che aveva imparato a volare a bassa quota, il che gli consentiva un risparmio di energie.
Non pensiamoci più, disse a se stesso. E’ finita, non sono più me stesso. Devo scordarmi quello che ho imparato. Quello che ero, adesso sono soltanto un gabbiano come tutti gli altri. Gabbiano sei, e da gabbiano vola.
E così si levò, benché stanchissimo, a una quota di circa trenta meri e si mise a remigare alacremente, alla gabbiana, verso la costa.
Si sentì meglio, dopo aver preso quella decisione di comportarsi come un gabbiano qualsiasi. Basta! Non avrebbe dovuto dar più retta a quel dèmone che l’istigava a imparare nuove cose. Basta d’ora in poi con le sfide, basta coi fallimenti. Ah, era bello smettere di pensare, e volare tranquilli nel buio, verso le luci occhieggianti della costa.
Nel buio! La voce cavernosa suonò chioccia di paura. Ma i gabbiani non volano al buio! mai!
Però Jonathan, distratto, non le badò. Com’è bello, ripeteva fra sé. La luna col suo strascico d’argento, e le luci della riva che disegnano tremule scie sull’acqua, nella notte, così calma e tranquilla…
Pòsati! I gabbiani non volano nel buio! Se eri nato anche tu per volare di notte, avresti gli occhi come una civetta! Una bussola avresti, per cervello! Avresti l’ala corta del falcone!
Librato nelle tenebre, lassù, il gabbiano Jonathan, a questo punto, batté gli occhi. La fatica svanì, svanì il dolore, e anche i buoni propositi svanirono.
L’ala corta. Le ali corte di un falco!

Ecco la soluzione. Che sciocco, a non averci pensato prima! Quello che occorre è solo un’ala corta: e, allora, basterà che io tenga raccolte le mie ali, che le tenga ritirate, quasi del tutto, e che ne adoperi soltanto le estremità. Ali corte!

Si portò subito a seicento metri di quota, sopra il mare di pece e, senza star lì a pensare un momento che poteva fallire, anche morire, portò le ali ad aderire saldamente al corpo, lasciando tese al vento solo le strette estremità di esse, a mo’ di alettoni, e si gettò in picchiata.
Il vento gli intronava nella testa con un fragore spaventoso. Settanta miglia all’ora, novanta, centoventi, e ancora, ancora. Più forte. A centoquaranta miglia l’ora la tensione dell’ala era inferiore a quella di prima a settanta, e bastò una leggerissima torsione per uscire di picchiata a saettare verso il cielo alto, grigio bolide sotto il chiardiluna.

Raggrinzì gli occhi a fessura, nel vento, e il suo cuore esultava. Centoquaranta miglia all’ora! Sena dare una sbandata! E se mi tuffo non da cinquecento ma da mille metri e più, chissà a che velocità…
Il giuramento di poc’anzi era dimenticato, l’ebbrezza del volo l’aveva spazzato via. Eppure non si sentiva in colpa, anche se non aveva mantenuto la promessa fatta a se stesso. Promesse di quel genere impegnano soltanto quei gabbiani che s’appagano dell’ordinario tran-tran. Ma uno che aspira a una sempre maggiore perfezione, non sa proprio che farsene di simili promesse!
Al levar del sole, Jonathan era di nuovo là che si allenava. Visti da mille e più metri, i pescherecci sembravano scagliuzze nella glauca distesa delle acque, lo Stormo Buonappetito come un indistinto nugolo di volteggianti atomi di polvere.
Lui si sentiva vivo come non mai, e fremente di gioia, fiero di aver domato la paura. Poi, senza indugio alcuno, si attillò le ali al corpo, protendendo i sòmmoli angolati, e si scagliò a capofitto.
Percorsi circa trecento metri, aveva già raggiunto la velocità-limite: il vento adesso era una solida barriera pulsante, da sfondare, non poteva darci dentro più forte. Stava volando a perpendicolo a ben duecento e quattordici miglia all’ora. Deglutì. Se gli si spalancano le ali, addio, di lui non rimarrà che un milione di pezzetti di gabbiano. Ma la velocità era potenza, era gioia, era bellezza.

A quota trecento iniziò la richiamata: l’estremità sporgente delle ali tagliava il vento con un fruscìo sordo e pareva prossima a schiantarsi, lui era una meteora e la barca e lo sciame dei gabbiani, sul piano inclinato del mare, apparivano sempre più grossi, sulla sua traiettoria di volo.
Non poteva fermarsi. E nemmeno di virare era capace, a quella velocità. Collisione uguale morte. Istantanea.
Allora chiuse gli occhi.
Così accadde che, quella mattina, poco dopo il levar del sole, il gabbiano Jonathan Livingston passò come una saetta nel bel mezzo dello Stormo Buonappetito, a duecento e dodici miglia orarie, a occhi chiusi, proiettile pennuto e sibilante. Il Gabbiano della Fortuna gli fu benigno, per quella volta. Non ci furono morti.

Quando cominciò a riprendere quota, filava ancora alla bellezza di centosessanta miglia all’ora. Quand’ebbe rallentato sulle venti, e finalmente riaprì le ali, il peschereccio era una mollica laggiù, sul mare, a più di mille metri sotto di lui.
Ebbe un moto di trionfo.
Aveva toccato il limite estremo della velocità! Un gabbiano a duecentoquattordici miglia orarie! Era un primato che segnava una data, era il momento più fulgido nella storia dello Stormo, e per il gabbiano Jonathan da quel momento si dischiudevano orizzonti nuovi.
Si portò a un’altezza di duemila e cinquecento metri - nella plaga remota prescelta per le sue esercitazioni - e, retratte le ali per un nuovo spettacoloso tuffo, si accinse senza porre tempo in mezzo a imparare la virata.

Una singola penna del sòmmolo - scoprì, - mossa d’una frazione di centimetro, permette di effettuare un’ampia scorrevole virata, a folle velocità. Prima di arrivarci, però, scoprì a sue spese che, a muoverne più d’una delle penne, schizzi via a vortice come una palla di fucile… Sicché Jonathan fu anche il primo uccello che eseguì voli acrobatici.
Non perse tempo, quel giorno, a parlare con gli altri gabbiani, ma seguitò a volare solitario fin a dopo il tramonto. E scoprì la gran volta, la vite orizzontale, la virata imperiale, la scampanata, la gran volta rovescia.

Quando il gabbiano Jonathan tornò presso lo Stormo, sulla spiaggia, era ormai notte fonda. La testa gli girava, era stanchissimo. Tuttavia, tanto era allegro che compì una gran volta e una fulminea vite orizzontale prima di toccar terra.

Quando lo sapranno - pensava -, quando sapranno delle Nuove Prospettive da me aperte, impazziranno di gioia. D’ora in poi vivere qui sarà più vario e interessante. Altro che far la spola tutto il giorno, altro che la monotonia del tran-tran quotidiano sulla scia dei battelli da pesca! Noi avremo una nuova ragione di vita. Ci solleveremo dalle tenebre dell’ignoranza, ci accorgeremo d’essere creature di grande intelligenza e abilità. Saremo liberi! Impareremo a volare!

L’avvenire gli appariva tutto rose e fiori.
Appena toccò terra vide che i gabbiani erano riuniti in Assemblea Generale. Ed aveva tutta l’aria di trovarsi in riunione già da tempo. Fatto sta che aspettavano proprio lui.
"Il gabbiano Jonathan Livingston si porti al centro dell’Emiciclo!" ordinò l’Anziano. Il suo tono di voce era quello delle grandi cerimonie.
E quell’ordine è sempre foriero o di grande vergogna o di grandi onori. E’ lì al centro dell’Emiciclo che, appunto, ai capi gabbiani che più si sono distinti viene reso onore dal Consiglio.
Ma sì, pensò Jonathan, stamattina mi hanno visto. Tutto lo Stormo ha assistito alla mia impresa. Ma io non voglio onori. Non aspiro ad essere un capo. Io desidero solo farli partecipi delle mie scoperte, mostrar loro i magnifici orizzonti che ora si sono aperti per noi tutti.
E si fece avanti.

"Il gabbiano Jonathan Livingston" l’Anziano proclamò "viene messo alla gogna e svergognato al cospetto di tutti i suoi simili!"

Fu come se l’avessero colpito con un randellata. I ginocchi gli si sciolsero, le penne gli si fecero flosce, le orecchie gli ronzavano. Messo alla gogna? lui? ma no, impossibile! e la sua Grande Impresa? le Nuove Prospettive? Non hanno capito niente! C’è un errore! si sbagliano di grosso!

"…per la sua temeraria e irresponsabile condotta,” intonava la voce solenne "per esser egli venuto meno alla tradizionale dignità della grande Famiglia de’ Gabbiani…"
Questo significava ch’egli sarebbe stato espulso dal consorzio dei suoi simili, esiliato, condannato a una vita solitaria laggiù, sulle Scogliere Remote.
"…affinché mediti e impari che l’incosciente temerarietà non può dare alcun frutto. Tutto ci è ignoto, e tutto della vita è imperscrutabile, tranne che siamo al mondo per mangiare, e campare il più a lungo possibile".

Nessun gabbiano, mai, si leva a protestare contro le decisioni del Consiglio, ma la voce di Jonathan si levò.
"Incoscienza? Condotta irresponsabile? Fratelli miei!" gridò.
"Ma chi ha più coscienza d’un gabbiano che cerca di dare un significato, uno scopo più alto all’esistenza? Per mill’anni ci siamo arrabattati per un tozzo di pane e una sardella, ma ora abbiamo una ragione, una vera ragione di vita… imparare, scoprire cose nuove, essere liberi! Datemi solo il tempo di spiegarvi quello che oggi ho scoperto…"

Ma lo Stormo pareva di sasso, tant’era impassibile.
"Non abbiamo più nulla in comune, noi e te" intonarono in coro i gabbiani, e, con fare solenne, sordi alle sue proteste, gli voltarono tutti la schiena.

E il gabbiano Jonathan visse il resto dei suoi giorni esule e solo. Volò oltre le Scogliere Remote, ben oltre. Il suo maggior dolore non era la solitudine, era che gli altri gabbiani si rifiutassero di credere e aspirare alla gloria del volo. Si rifiutavano di aprire gli occhi per vedere.

Ogni giorno, lui apprendeva nuove cose. Imparò che, venendo giù in picchiata a tutta birra, puoi infilarti sott’acqua e acchiappare pesci più prelibati, quelli che nuotano in branchi tre metri sotto la superficie: non aveva più bisogno di battelli da pesca e di pane raffermo, lui, per sopravvivere.
Imparò a dormire sospeso a mezz’aria, dopo aver stabilito alla sera la sua rotta, nel letto della corrente d’un vento fuoricosta, e coprire così un centinaio di miglia dal tramonto all’alba. Con uguale padronanza ora volava attraverso fitti banchi di nebbia sull’oceano, o sennò si portava al di sopra di essi, dove il cielo era limpido e il sole abbagliava… mentre gli altri gabbiani, con quel tempo, se ne stanno appollaiati in terraferma, mugugnando per la pioggia e la foschia. Imparò a sfruttare i venti d’alta quota, e portarsi nell’entroterra, per un bel tratto, e far pranzo con insetti saporiti.

Quel che aveva sperato per lo Stormo, se lo godeva adesso da sé solo. Egli imparò a volare, e non si rammaricava per il prezzo che aveva dovuto pagare. Scoprì ch’erano la noia e la paura e la rabbia a render così breve la vita d’un gabbiano. Ma, con l’animo sgombro da esse, lui, per lui, visse contento, e visse molto a lungo.


Arrivarono ch’era già sera. E trovarono Jonathan che volava librato, solo e in pace con se stesso, nel libero cielo che lui tanto amava. I due gabbiani che, a un tratto, gli comparvero d’accanto, uno di qua e uno di là, erano candidi come la luna, e dalle loro piume emanava un chiarore blando, suadente, nell’aria che imbruniva. Ma più amabile ancora era la grazia, l’abilità, con cui volavano, mantenendo, fra le punte delle rispettive ali, una breve e costante distanza.

Senza profferir parola, Jonathan volle metterli alla prova. Una prova che mai nessun gabbiano aveva superato. Impresse alle sue ali una torsione tale che gli permise di rallentare, fino al limite estremo, a un soffio dello stallo. Ebbene, qui due radiosi uccelli, pure loro, rallentarono con lui, gli restarono alla pari, senza sforzo. Altroché se s’intendevano, di volo lento.

Allora lui, raccolte le ali, rotò e si buttò giù in picchiata a centonovanta miglia all’ora. E quelli si tuffarono con lui, sfrecciando insieme a lui, in perfetta formazione.
Infine lui compì, nella cabrata, un lungo mulinello verticale. E quelli volteggiarono con lui, tutti giulivi.
Si rimise in volo orizzontale e per un po’ non aprì becco. "Molto bene", disse poi "e voi chi siete?"

"Veniamo dal tuo Stormo, Jonathan. Siamo fratelli tuoi". Quelle parole furono pronunciate con calma e fermezza. "Siamo venuti per condurti più in alto. Per condurti a casa".
"Io casa non ne ho. Né ho una patria, né uno stormo. Sono un Reietto. E più in alto di così, ve l’assicuro - stiamo volando ala sommità del Vento che nasce dalla Grande Montagna - più in alto di così, tranne magari un par di cento metri, non riuscirei a sollevare questo mio vecchio corpo".
"Sì che invece puoi riuscirci, vecchio Jonathan. Perché tu hai imparato tutto. Hai terminato un corso d’istruzione, e ne incomincia un altro, per te. Adesso".

Come aveva illuminato tutta quanta la sua vita, il lume dell’intelletto lo soccorse in quel momento, e lui capì. Avevano ragione, quegli uccelli. Lui poteva volare, sì, più in alto. Ed era l’ora, sì, di andare a casa.
Abbracciò con un ultimo sguardo il suo cielo, i magnifici campi del cielo, dove aveva imparato tante cose.
"Sono pronto" disse alfine.
E il gabbiano Jonathan Livingston fece prua verso l’alto, scortato da quei due splendidi uccelli, e scomparvero insieme nella notte.



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